Il legale annuncia il ricorso al Tribunale del Riesame
Divieto di avvicinamento e braccialetto elettronico per Marcello Carbonaro ed Enza Cossentino, i genitori di Martina Carbonaro, la quattordicenne uccisa ad Afragola dall’ex fidanzato Alessio Tucci. Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari di Napoli Nord Stefania Amodeo nell’ambito del procedimento che vede i due coniugi accusati di minacce. La misura cautelare impedisce loro di avvicinarsi ai familiari di Tucci, reo confesso dell’omicidio compiuto a colpi di pietra nel maggio 2025.
Le contestazioni della Procura
Gli episodi attribuiti al padre e alla madre di Martina sono due. Il primo sarebbe avvenuto il 5 aprile 2026, il secondo il 9 maggio. Nella richiesta presentata al giudice, la Procura di Napoli Nord inserisce anche quanto accaduto il successivo 20 maggio, durante la prima udienza del processo a carico di Alessio Tucci. In quella circostanza, nel nuovo palazzo di giustizia, si registrarono minacce reciproche anche all’interno dell’aula. Secondo gli inquirenti, il quadro complessivo rendeva necessario impedire nuovi contatti tra le due famiglie.
La distanza imposta dal provvedimento incide anche sulle visite di Enza Cossentino al casolare abbandonato in cui la figlia fu uccisa. L’abitazione dei familiari di Tucci si trova infatti a circa 300 metri dal luogo del delitto, dove la madre di Martina si reca spesso per lasciare fiori e piangere la quattordicenne.
Il legale: «Il provvedimento non è condivisibile»
La difesa contesta sia la valutazione delle frasi sia la loro effettiva capacità di intimidire. «Rispetto il provvedimento, ma non posso condividerlo», afferma Sergio Pisani, avvocato della famiglia Carbonaro. Per il legale, «sul piano giuridico, le condotte contestate non integrano una reale minaccia penalmente rilevante». Le espressioni riportate negli atti, aggiunge, «non erano accompagnate da alcun comportamento concretamente idoneo a intimidire o a coartare la libertà altrui».
Pisani le riconduce invece «al tragico sfogo di un padre devastato dall’omicidio della figlia, pronunciato in uno stato di disperazione e profonda alterazione emotiva». La linea difensiva si fonda anche sui principi affermati dalla Suprema Corte. «La giurisprudenza della Corte di Cassazione è costante nell’affermare che la minaccia non può essere desunta dal solo tenore letterale delle parole, ma richiede una concreta attitudine intimidatoria, che in questo caso è inesistente», sostiene l’avvocato.
Nella memoria depositata davanti al giudice, Pisani sottolinea inoltre che «si tratta di due soli episodi isolati», avvenuti «a distanza di poco più di un mese l’uno dall’altro» e riconducibili «a stati acuti di alterazione, non a un programma deliberato e sistematico di intimidazione». La misura sarà quindi portata all’esame del Tribunale del Riesame. «Sono convinto che ristabilirà la corretta applicazione dei principi di diritto», conclude il legale, «distinguendo uno sfogo disperato da una vera minaccia penalmente rilevante».




