Il mistero di Caravaggio nascosto nelle carte del 1606
Palazzo Ricca si trova in via dei Tribunali e fu acquistato dal Sacro Monte e Banco dei Poveri nel secondo decennio del Seicento, per poi essere ampliato e rinnovato fino ad assumere l’aspetto attuale. Dietro il suo portone si conserva una delle testimonianze più preziose della storia di Napoli: si tratta dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, che raccoglie le scritture degli antichi banchi pubblici napoletani a partire dal 1573, custodendo un patrimonio culturale di inestimabile valore e raccontando 450 anni di storia di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia.
La sua nascita si deve al decreto di Ferdinando I e, nel corso degli anni, vi confluirono gli archivi dei principali istituti di credito cittadini, tra cui il Banco della Pietà, del Popolo, dello Spirito Santo, di Sant’Eligio, di San Giacomo e dell’Annunziata, oltre a quelli del Banco delle Due Sicilie, nato nel 1809 e divenuto, dopo l’Unità d’Italia, Banco di Napoli. Conosciuto per oltre un secolo come Archivio Generale, dal 1950 ha assunto l’attuale denominazione di Archivio Storico del Banco di Napoli.
Le causali di pagamento e la vita quotidiana di Napoli
La sua straordinaria ricchezza risiede soprattutto nelle cosiddette «causali di pagamento», annotazioni che accompagnavano le operazioni effettuate dagli antichi banchi pubblici e che descrivevano con precisione il motivo di ogni versamento. Grazie a queste registrazioni è possibile ricostruire aspetti della quotidianità di migliaia di persone, dai grandi committenti agli artigiani, dai mercanti agli artisti, in un arco temporale che va dal 1573 fino agli inizi dell’Ottocento.
La documentazione è suddivisa in due grandi sezioni: le scritture patrimoniali, che testimoniano l’organizzazione interna e l’amministrazione dei banchi, e le scritture apodissarie, relative ai rapporti con la clientela. Tra queste ultime spiccano le «fedi di credito» e le «polizze», strumenti che consentivano di effettuare pagamenti e trasferimenti di denaro senza movimentare monete, anticipando, di fatto, alcuni meccanismi della moderna attività bancaria.
Pandette, copiapolizze e filze sospese al soffitto

L’intero sistema era organizzato con grande precisione, tant’è vero che i nominativi dei clienti venivano registrati nelle «pandette», repertori alfabetici che rimandavano ai libri maggiori, nei quali erano annotate tutte le operazioni in entrata e in uscita. Ogni pagamento veniva poi trascritto nei giornali copiapolizze, registri compilati quotidianamente dagli impiegati incaricati di documentare ogni movimento effettuato allo sportello. Inoltre, anche il metodo di conservazione delle carte era singolare, poiché le fedi di credito e le polizze originali venivano infilate su lunghe corde e sospese al soffitto, formando le caratteristiche filze, una sorta di intreccio di documenti.
Il mistero del Quarto di Caravaggio
L’importanza dell’archivio, come detto in precedenza, riguarda anche ciò che ha riportato alla luce. Uno dei casi più celebri emersi dalle sue carte è quello del Quarto di Caravaggio. Nel 1606 Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, arrivò a Napoli e, durante il suo soggiorno, ricevette numerose commissioni, tra cui quella del mercante croato Niccolò Radolovich, che gli affidò la realizzazione di una pala d’altare destinata alla cappella di famiglia.
Per secoli di quest’opera non si conobbe praticamente nulla, ma la svolta arrivò negli anni Ottanta, quando Eduardo Nappi, allora responsabile dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, ritrovò in un giornale copiapolizze del Banco di Sant’Eligio una causale di pagamento del 1606.
Il documento descriveva nel dettaglio il dipinto commissionato a Caravaggio: la Madonna con il Bambino circondata dai santi Francesco, Domenico, Vito e Nicolò, oltre ad altri particolari iconografici. Gli studiosi si trovano davanti a un dilemma: «L’opera è stata realmente dipinta e poi perduta? Oppure non è mai stata realizzata?». Nessuno, ancora oggi, può dirlo con certezza. Quella causale di pagamento resta l’unica testimonianza della cosiddetta Pala Radolovich, tanto che la Fondazione Banco di Napoli ha commissionato all’artista Roberto Ferri una ricostruzione pittorica ispirata esclusivamente alla descrizione contenuta nel documento.




