Morte di Dj Godzi, la famiglia chiede un mandato di arresto per gli agenti della Guardia Civil

I legali ipotizzano il reato di tortura

A un anno dalla morte di Dj Godzi, la famiglia Noschese torna a rivolgersi alla magistratura italiana. I legali hanno presentato una nuova istanza alla Procura di Roma, chiedendo di valutare un mandato di arresto europeo nei confronti degli agenti della Guardia Civil.

Al centro dell’iniziativa degli avvocati Giovanni Cerino, Fabrizio D’Urso e Angelo Alessandro Sammarco c’è l’ipotesi di tortura. La richiesta riguarda quanto accadde nel quartiere residenziale di Roca Llisa, a Ibiza, dove Michele Noschese, 35enne napoletano conosciuto nel mondo delle discoteche come Dj Godzi, perse la vita durante l’intervento dei militari spagnoli. La Guardia Civil era stata chiamata da alcune persone allarmate dal comportamento dell’uomo, che stava dando in escandescenze e si stava facendo scudo di un vicino ottantenne, con il quale aveva rapporti molto buoni. Nelle prime ricostruzioni comparve anche il riferimento a presunte minacce con un coltello, circostanza che non trovò però conferma nelle dichiarazioni di altri testimoni.

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Le conclusioni spagnole contestate dalla famiglia

Per le autorità iberiche, la morte sarebbe stata conseguenza dell’assunzione di droghe. Nell’abitazione furono trovate e sequestrate dosi di stupefacenti e vennero escluse responsabilità sia per gli agenti sia per il personale di vigilanza del complesso residenziale intervenuto insieme a loro. Su queste basi il caso fu archiviato in Spagna, mentre in Italia la vicenda resta all’attenzione della Procura di Roma.

La famiglia contesta la ricostruzione accolta dagli investigatori spagnoli e richiama la consulenza del medico legale Raffaele Zinno. Nel documento depositato dai legali, scrive Dario Del Porto su «Repubblica Napoli», si parla di «brutale violenza» e si descrive un’immobilizzazione avvenuta quando Noschese era già ammanettato. Secondo questa versione, il dj sarebbe stato trattenuto per la testa e colpito mentre si trovava in ginocchio, con le braccia bloccate dietro la schiena, le gambe immobilizzate alle caviglie e una pressione esercitata sul torace e sul volto.

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La condotta che avrebbe potuto salvarlo

Il consulente incaricato dai familiari sostiene che lo stato di forte agitazione avrebbe richiesto un intervento diverso. Gli agenti, secondo la tesi riportata nell’istanza, avrebbero dovuto limitarsi a un’azione «di contenimento» e sollecitare subito l’arrivo dei sanitari. La conclusione dei legali è netta: adottando quella modalità operativa, Michele Noschese sarebbe ancora vivo.

Il padre Giuseppe Noschese ha inserito la morte del figlio in una riflessione più ampia sui casi di cittadini italiani deceduti dopo presunte violenze: «Un filo rosso lega quanto accaduto a mio figlio con i casi di Stefano Cucchi e Giulio Regeni: vicende maturate in contesti profondamente diversi che pongono lo stesso interrogativo di fondo: cosa accade quando un cittadino italiano muore dopo aver subito violenze che si ipotizzano ingiustificate?». La decisione passa ora al pubblico ministero di Roma, chiamato a valutare la nuova richiesta avanzata dalla famiglia.

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