Vinicio Capossela incanta Pompei e difende la bellezza reale dai «paradisi artificiali»

Il cantautore celebra i vent’anni di Ovunque proteggi

Ci sono concerti che terminano quando si spengono le luci e altri che continuano a lavorare dentro lo spettatore, trasformandosi lentamente in ricordo, riflessione e perfino presa di coscienza. Quello tenuto da Vinicio Capossela lunedì 13 luglio nell’Anfiteatro del Parco archeologico di Pompei appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Una serata irripetibile, costruita per celebrare i vent’anni di «Ovunque proteggi», uno dei dischi più intensi e amati del cantautore. Un’opera interamente attraversata dalla fragilità dell’essere umano, dal bisogno di protezione e dal confronto con ciò che resta quando tutto sembra destinato a scomparire. Non poteva esserci luogo più coerente dell’Anfiteatro pompeiano, simbolo universale di una città distrutta e, proprio per questo, diventata eterna. Lo stesso Capossela aveva presentato l’appuntamento come l’incontro tra un disco che invoca protezione contro la caducità dell’esistenza e un luogo che della fine e della permanenza rappresenta l’emblema.

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Inserito nel programma di BOP – Beats of Pompeii, la rassegna che porta artisti italiani e internazionali nell’area archeologica, il concerto ha assunto fin dai primi istanti la forma di un rito collettivo più che di una semplice esibizione musicale.

Capossela non è soltanto un cantante. È narratore, attore, cerimoniere, creatore di immagini. Ogni brano diventa una scena, ogni oggetto una presenza simbolica, ogni cambio di luce una porta aperta verso un mondo differente. Nell’Anfiteatro di Pompei la sua naturale teatralità ha trovato una cassa di risonanza straordinaria: le pietre antiche, il buio del cielo e la forza evocativa delle canzoni hanno composto una scenografia che nessun teatro costruito artificialmente avrebbe potuto riprodurre.

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La musica sembrava provenire direttamente dalla terra. A tratti festa pagana, a tratti processione, a tratti confessione pronunciata davanti alle rovine del tempo. L’Anfiteatro non ha semplicemente ospitato lo spettacolo: ne è diventato parte integrante, trasformando il concerto in una rappresentazione sospesa tra storia, mito, sacro e profano.

Il messaggio

È proprio all’interno di questa cornice che ha acquistato un peso particolare il messaggio rivolto da Capossela contro il MaxiMall Pompeii, definito dal palco un “paradiso artificiale” capace di sottrarre spazio e attenzione alle bellezze terrene. Una frase semplice, ma tutt’altro che superficiale.

Capossela non ha attaccato soltanto un edificio o una singola attività commerciale. Ha indicato una contraddizione più profonda: quella di un territorio che custodisce uno dei patrimoni archeologici, paesaggistici e culturali più importanti al mondo, ma che rischia continuamente di inseguire modelli di sviluppo fondati sulla standardizzazione, sul consumo e sull’intrattenimento prefabbricato.

Da una parte Pompei, con le sue pietre, la sua memoria, il Vesuvio, il mare poco distante e una storia che non ha bisogno di essere inventata. Dall’altra l’idea del grande centro commerciale come destinazione, piazza, luogo di socialità e perfino surrogato dell’esperienza culturale. Lo stesso MaxiMall presenta i propri spazi come luoghi capaci di offrire shopping, spettacoli ed eventi musicali, costruendo una forma di intrattenimento autonoma e autosufficiente.

Il punto, dunque, non è negare il commercio né demonizzare chi frequenta o lavora nel centro. Il problema nasce quando il “paradiso artificiale” diventa più accessibile, visibile e attrattivo del paradiso reale che lo circonda; quando la bellezza di un territorio viene trattata come semplice sfondo, mentre le sue energie economiche e sociali vengono progressivamente convogliate dentro strutture chiuse, uguali a quelle che si potrebbero trovare in qualunque altra parte del mondo.

La denuncia di Capossela appare perciò giusta e necessaria. Non perché un artista debba fornire soluzioni urbanistiche, ma perché l’arte ha ancora il compito di porre domande scomode. Che idea di sviluppo vogliamo per Pompei e per l’intera area vesuviana? Vogliamo valorizzare ciò che rende questi luoghi unici oppure adattarli a modelli commerciali replicabili ovunque? Vogliamo accompagnare i visitatori alla scoperta delle città, delle attività locali, della cultura e del paesaggio, oppure indirizzarli verso spazi nei quali il territorio scompare?

La bellezza autentica

Pronunciate all’interno dell’Anfiteatro, quelle parole hanno assunto una forza ancora maggiore. Capossela si trovava davanti alla dimostrazione concreta che la bellezza autentica non ha bisogno di effetti speciali. Bastavano la musica, la notte e le pietre di Pompei per generare qualcosa di irripetibile.

Il concerto per i vent’anni di Ovunque proteggi è stato suggestivo, teatrale, visionario e profondamente umano. Ma soprattutto ha ricordato che proteggere non significa soltanto custodire il passato dietro una teca. Significa difendere il carattere dei luoghi, impedire che vengano svuotati e riconoscere la differenza tra ciò che produce un’emozione reale e ciò che è progettato esclusivamente per stimolare il consumo.

Mentre le ultime note si disperdevano nell’Anfiteatro, restava così una domanda che riguarda tutti: chi proteggerà Pompei dai suoi paradisi artificiali? Forse la risposta comincia proprio dalla capacità di riconoscere, come ha fatto Vinicio Capossela, che il paradiso vero era già lì.

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