Attraversa musica, teatro e arti visive con una continuità rara
Carmine Torchia arriva dalla Calabria interna, da Catanzaro, con quella miscela di silenzi e ostinazione che spesso forgia gli artisti più laterali. Oggi vive a Milano, ma la sua traiettoria non è quella del cantautore che cerca il centro: preferisce le zone di confine, gli incontri casuali, le aperture di concerti che diventano laboratori di ascolto. Sul suo percorso scorrono nomi diversissimi: Stefano Rosso, Peppe Voltarelli, Niccolò Fabi, Eugenio Bennato, Moltheni, Tonino Carotone, Andrea Chimenti, Il Parto delle Nuvole Pesanti. Torchia non assorbe stili: assorbe posture, modi di stare sul palco, microgesti che poi ribalta nella sua scrittura.
Il suo primo album, «Mi pagano per guardare il cielo» (2008), non è un debutto: è un esperimento di movimento. Pubblicato da Castorone, diventa subito un viaggio di quattro mesi nelle piazze italiane, un percorso sulle tracce di de Chirico che si espande in libro, cortometraggio e spettacolo teatrale. Torchia non pubblica: dilata.
Tra premi, dischi e Léo Ferré
Nel 2010 arriva «Alterazioni – processi sintatticamente simili», un cofanetto per Evento Area che sembra più un oggetto concettuale che un disco. Musicultura lo intercetta, gli assegna il «Premio SIAE» e il «Premio AFI» nel 2009 e lo porta tra i vincitori della XXIII edizione: riconoscimenti che confermano una scrittura che non cerca la formula, ma la deviazione. Con «Bene» (2013, Rurale/Audioglobe), Torchia affina una lingua più essenziale, che poi porta in teatro con «Bene – genesi di un album cantato e raccontato un anno dopo», quasi un’autopsia del processo creativo.
L’11 settembre 2015 pubblica «Affetti con note a margine» (Private Stanze/Audioglobe): tredici brani come lettere mai spedite, più una cover di Léo Ferré. È il suo lavoro più intimo, costruito sulle omissioni, sulle parole che restano ai bordi. Negli anni successivi Torchia arriva con «Non c’è più niente», il progetto con cui rilegge Léo Ferré attraverso tredici brani tradotti e reinventati, con gli interventi di Mathieu Ferré, Enrico De Angelis e Andrea Satta, trasformando l’omaggio in un gesto autoriale personale e contemporaneo. Il libro-CD, realizzato con Daniele Fiaschi e Matteo D’Alessandro, restituisce Ferré con una voce nuova, intima e radicale, che ne rinnova il senso nel presente.
«Il rumore del mondo», De André e Stranìa
«Il rumore del mondo», pubblicato nel 2021, segna una svolta più intima nel percorso di Torchia, che qui concentra la sua scrittura su frammenti quotidiani trasformati in visioni sonore. Negli anni successivi Torchia continua a esibirsi con costanza, mantenendo una presenza viva nel circuito cantautorale italiano e consolidando il percorso che gli è valso riconoscimenti di fama nazionale anche attraverso i progetti «De André dal mio sguardo» e «Rema Project».
Parallelamente entra nel collettivo «Senduki», dove mette a frutto la sua scrittura visionaria e l’esperienza maturata tra canzone, arti visive e teatro, contribuendo alla costruzione di un immaginario che intreccia radici e contemporaneità. Con l’album «Stranìa» entra in scena una sintesi originale di tradizione e modernità, accompagnata da una serie di concerti in tutta Italia che confermano la continuità dell’attività artistica di Torchia fino a oggi.
Il brano scelto: «Come rondini»
«Come rondini» trasforma il viaggio dei migranti nel Mediterraneo in un’immagine di vulnerabilità che ci riguarda da vicino. Torchia osserva senza retorica: lascia che la canzone diventi una domanda su cosa significhi davvero accogliere.




