San Gregorio Armeno e Port’Alba: il blocco rimane
Dopo tre anni di stop, nel cuore antico di Napoli potranno nascere nuove attività di food and beverage. Ma la vera domanda non riguarda soltanto le regole fissate dal nuovo piano comunale: riguarda i controlli. Perché nel centro storico, tra Decumani e via dei Tribunali, pizzetterie, kebaberie e attività legate al consumo immediato hanno già mostrato l’altro lato del fenomeno: rifiuti abbandonati, inciviltà diffusa e strade trasformate troppo spesso in aree di consumo senza governo.
Il Consiglio comunale ha approvato la delibera sulla programmazione delle aperture degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, delle attività di produzione alimentare e degli esercizi di vicinato con consumo immediato sul posto nel centro storico di Napoli, sito Unesco, e nelle aree della cosiddetta buffer zone.
Il provvedimento arriva dopo la scadenza della delibera varata nel 2023, che per la prima volta aveva vietato per un triennio l’apertura di nuove attività di somministrazione nel centro storico. Quel blocco era nato per contrastare lo snaturamento di luoghi da sempre caratterizzati dalla presenza prevalente di botteghe artigiane. Ora il Comune supera il divieto generalizzato e punta su un sistema di regole orientate alla qualità. Ma il nodo resta l’applicazione concreta.
San Gregorio Armeno e Port’Alba restano escluse
A illustrare il documento in Aula è stata l’assessore alle Attività Produttive, Teresa Armato. Il piano consente il ritorno di nuove attività di food and beverage, ma conferma divieti mirati in alcune aree simbolo.
Lo stop resta a San Gregorio Armeno, dove potranno insediarsi solo attività di artigianato. Port’Alba, invece, viene confermata come zona riservata alle librerie. Due scelte che riconoscono la fragilità di luoghi identitari, ma lasciano aperto il tema del resto del centro antico, già sottoposto a una pressione commerciale e turistica molto forte.
Regole di qualità, ma resta il problema dei controlli
Il piano è stato elaborato in collaborazione con la Regione Campania, le associazioni di categoria e la commissione comunale competente. L’obiettivo dichiarato è consentire alle attività commerciali di operare nel cuore della città con regole chiare, orientate alla qualità.
La qualità sarà valutata attraverso un sistema di punteggio che considera requisiti strutturali e gestionali. La nuova disciplina riguarda le aperture future e si applica alle quattro aree in cui è suddiviso il territorio interessato.
Il punto, però, è capire se quei criteri basteranno davvero a evitare nuovi squilibri. Napoli non ha bisogno soltanto di norme scritte, ma di verifiche costanti, sanzioni efficaci e presenza sul territorio. Altrimenti il rischio è che il principio della qualità resti sulla carta, mentre nelle strade continuano a pesare gli effetti del consumo veloce: cartoni, bicchieri, tovaglioli, contenitori usa e getta e rifiuti lasciati ovunque dagli incivili.
Il precedente dei Decumani e di via dei Tribunali
Il centro storico ha già offerto esempi evidenti. Nei Decumani e in via dei Tribunali la concentrazione di attività legate al cibo da asporto e al consumo immediato ha accompagnato, insieme al boom turistico, una trasformazione profonda degli spazi urbani. Il problema non è l’attività economica in sé, ma ciò che accade quando la crescita commerciale non viene accompagnata da controlli adeguati e da una gestione rigorosa dei comportamenti scorretti.
Soddisfazione è stata espressa dal presidente della commissione, Luigi Carbone, secondo cui «le nuove norme si applicano alle aperture future e introducono in modo stabile il principio che le attività di ristorazione e somministrazione devono disporre di spazi adeguati a garantire un’offerta di qualità».
La delibera è stata approvata a maggioranza. Si è astenuto il consigliere del gruppo misto, Gennaro Esposito, secondo cui il piano «non governa né controlla in modo efficace».
Una posizione che intercetta il dubbio principale sul nuovo corso. Il Comune di Napoli riapre al food and beverage nel centro storico Unesco, ma dovrà dimostrare di saper controllare davvero ciò che autorizza. Senza vigilanza, il rischio è che la tutela dell’identità urbana venga affidata a un punteggio, mentre la realtà delle strade continui a raccontare un’altra storia.




