Con il 1 giugno “islamico” la sinistra fa della piazza un laboratorio
Il colpo più pesante da digerire per la Schlein alle ultime amministrative – più che la vittoria complessiva del centrodestra, che lei e la sinistra, insieme all’intero campo (santo), continuano a non voler vedere, o il brusco risveglio cui sono stati costretti dopo i due mesi post-referendum durante i quali hanno blaterato che il vento era cambiato e i giorni della rivincita erano ormai dietro l’angolo – è stato il successo dell’ex governatore della Campania De Luca a Salerno, che li ha praticamente annientati.
Ha conquistato, al primo turno e con una maggioranza del 60%, per la quinta volta la carica di sindaco, guidando una coalizione formata da 7 liste: 5 civiche – Progressisti per Salerno, Salerno per i Giovani, A Testa Alta, Cristiani Democratici e Insieme per Salerno – e 2 di partito, Psi e Davvero. Ma esiste «davvero»? E, soprattutto, senza il simbolo del Pd sulla scheda elettorale e contro gli pseudoalleati M5s e Avs.
Chissà per chi avrà fatto campagna elettorale Piero De Luca, il figlioletto del sovrano da lui «imposto» al congresso dell’ottobre 2025 come candidato unico alla segreteria regionale del partito. Altro che cacicchio, insomma! Con questa nuova vittoria, e i conseguenti 5 mandati da primo cittadino di Salerno, dopo essere stato deputato, sottosegretario e, per due mandati consecutivi, governatore della Campania, più che un cacicchio – come spregiativamente la Schlein definisce e considera i «quadri» del suo partito – De Luca ha dimostrato di essere, che a madamElly piaccia o no, un re. Anzi no, un imperatore.
Il referendum e il vento che non è cambiato
E da qui al discorso più in generale il passo è breve e, alla luce dei fatti e degli avvenimenti conseguenti, anche abbastanza chiaro. Del resto, come scriveva Voltaire alla fine del 1700: «Il tempo è galantuomo e, con il trascorrere degli eventi, fa chiarezza, smaschera le bugie e ripaga chi è stato vittima delle menzogne altrui». Ed è proprio quello che è successo anche adesso.
Per tre mesi la sinistra e la stampa allineata hanno fatto di tutto per convincere l’elettorato italiano che il successo del «no» al referendum sulla giustizia era la dimostrazione che il vento era cambiato e il governo Meloni stava ormai tirando le cuoia, e che a loro non restava che attenderne la fine per rientrare trionfalmente a Palazzo Chigi. E per due mesi non hanno fatto che intonare inni alla vittoria.
Fingendo, così, di non rendersi conto – con il contributo dell’informazione, ad eccezione del «Roma» che, unico, confortato dai numeri, lo ha ribadito almeno un paio di volte – che proprio quel risultato era la dimostrazione più lapalissiana che gli italiani non ideologizzati sono ancora d’accordo con il governo. Tant’è che anche al referendum, come coalizione, il centrodestra aveva ottenuto il 45,2% dei voti e il campo (santo) il 44,3%. Quel 10,5% in più che ha consentito al «no» di vincere non era, e non è, di loro stretta appartenenza. E non era scritto da nessuna parte che sarebbe ritornato.
E infatti così è stato. Chi al referendum aveva votato «no» e, allo stesso modo, gli astenuti – considerando che l’affluenza alle urne nelle due occasioni è stata praticamente identica, seppure leggermente più alta per le amministrative, 60,1%, rispetto al referendum, 59% – è tornato alle sezioni, ma stavolta ha detto «sì» al centrodestra.
Il voto contro il campo largo
Ancora una volta gli italiani hanno dimostrato che non piace loro il campo (santo) della sinistra, ma preferiscono vivere e, quindi, privilegiano il voto non per chi è più capace di mentire, sputando odio e veleni sull’avversario, bensì per chi dimostra di saper amministrare e di avere le idee chiare su quello che bisogna fare per aiutare il Paese a uscire dalla situazione di difficoltà in cui lo hanno affondato i giallorossi di Schlein e Conte, che volevano la Champions elettorale ma sono riusciti soltanto ad affondare ulteriormente nei propri casini.
Non sarà perché, per farlo, avevano chiesto il lasciapassare ad Allah, candidando fra le proprie fila un congruo numero di bengalesi e promettendo in cambio moschee, riconoscimento della legge di Allah – anche a costo di andare contro la nostra Costituzione – cittadinanze più veloci e ius scholae. Fortuna che gli italiani non ci sono cascati e, anziché votarli – rendendosi conto del rischio, anche sul piano dell’identità nazionale, culturale e religiosa, che si sarebbe corso e si correrebbe affidando alle loro mani le nostre istituzioni – hanno preferito non prenderli nemmeno in considerazione.
L’appuntamento a Genova
Non contenti della batosta subita alle amministrative, pur con il contributo degli islamici, i sinistri intendono riprovarci alle politiche del 2027 e oggi s’incontreranno, grazie all’associazione Idem Network, a Genova con l’ex ministro Orlando, per festeggiare con il motto “Siamo Repubblica” la nascita del 1 giugno “islamico”, gridando dal palco che «l’Italia siamo noi». E sono in cerca di almeno altri 20 mila musulmani da candidare, sperando di vincere e riprendersi il potere, anche a costo di islamizzare il Paese.
E così, dalle Alpi a Capo Passero, le mura d’Italia si vanno miracolosamente riempiendo di manifesti in arabo e richieste di voto in nome di Allah. Perché meravigliarsi? È una storia che, grazie alla sinistra, continua. Tant’è che, il 13 maggio 2004, papa Benedetto XVI si rammaricò: «L’Occidente ormai odia se stesso, la sua storia e la sua cultura». Eppure, lorsinistri hanno deciso di svenderci al Medio Oriente per «quàtte ciceri e ’na fava».




