Conte guarda al centro, Appendino scuote il M5S: campo largo in terapia di gruppo

Il nodo Renzi fa sobbalzare l’alleanza progressista

Più che una coalizione, a tratti sembra un sismografo. Il centrosinistra registra un’altra scossa dopo l’apertura di Giuseppe Conte al mondo centrista: Chiara Appendino torna a puntare il dito contro Matteo Renzi e rimette in agitazione il Movimento 5 Stelle.

Nel meraviglioso cantiere del campo largo, dove ogni giorno si aggiunge un pezzo e il giorno dopo qualcuno minaccia di togliere le fondamenta, stavolta il sisma arriva dall’ex sindaco di Torino. Il capo dei 5stelle ha provato ad aprire «alle nuove iniziative moderate di segno centrista» e ma l’Appendino ha subito ricordato al Movimento che la memoria, almeno quella, non può essere appaltata al tavolo delle alleanze.

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Il messaggio è arrivato senza troppi ricami: «Non riscriviamo la storia». Tradotto dal politichese: va bene cercare voti, va bene inseguire i moderati, va bene persino fare ginnastica tattica davanti al Pd, ma Matteo Renzi resta Matteo Renzi. «Quello che Renzi ha fatto io non lo dimentico», ha chiarito Appendino, rimettendo sul tavolo la ferita della caduta del governo Conte due.

Conte, invece, prova a indossare i panni del federatore paziente. Verso Renzi, assicura, «non c’è alcun rancore, nessuna ossessione, nessuna antipatia personale». Più che una chiusura, dunque, una valutazione in sospeso: bisognerà vedere «che contributo e che grado di affidabilità daranno» i soggetti interessati all’area progressista.

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Il presidente M5S non vuole passare per quello che distribuisce patenti all’ingresso della coalizione: «Oggi non mi metto a dire questo sì e questo no, sarebbe arrogante e rischierei di essere settario». Però, quando parla di centro, lascia capire che il modello preferito non abita necessariamente dalle parti di Italia Viva: «Incontro tanti sindaci a partire da Manfredi. Se porteranno del buon fieno bisogna tenerne conto».

Insomma, l’ennesima acrobazia: porte aperte, ma non troppo; niente veti, però con memoria selettiva; campo largo, purché non diventi una rimpatriata con chi, nel racconto grillino, fece saltare il banco.

Calenda va da Meloni e il centro fa venire il mal di testa a sinistra

Mentre il centrosinistra discute su chi possa sedersi al tavolo senza far cadere le sedie, la galassia centrista si muove su più fronti. Carlo Calenda, segretario di Azione, è andato a Palazzo Chigi per incontrare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il dialogo era partito la settimana precedente, durante il premier time al Senato.

Calenda ha poi spiegato in una nota il senso del colloquio: «A seguito della disponibilità di discutere proposte di merito per affrontare la situazione economica, ho portato alla presidente le proposte di Azione in materia di energia e industria. Il colloquio è stato cordiale e costruttivo».

E qui il campo largo può anche continuare a fare i calcoli con il pallottoliere, ma il centro intanto tratta, parla, si muove, manda segnali a destra e a sinistra. Riformisti, cattolici e moderati sono diventati l’oggetto del desiderio, con il risultato che nel centrosinistra ogni apertura sembra una conquista e subito dopo una crisi di nervi.

Calenda, su La7, aveva messo la questione in termini piuttosto netti: «Bisogna riscoprire l’idea che la politica non è ammassarsi, ma costruire delle maggioranze con idee in comune sui programmi». Poi la formula che riassume il suo schema: «Io potrei governare con Tajani e con Gentiloni, ma perché dovrei trovarmi a governare con Vannacci o Di Battista?».

Appendino, da parte sua, prova a sottrarre il dibattito alla contabilità dei seggi: «Io non sono ossessionata dal perimetro». E ancora: «Le persone non sono pacchetti di voti che sposti seduto all’interno dei palazzi o nei tavoli di partito». Prima delle sommatorie, sostiene, servono proposte. Una posizione nobile, certo. Anche comoda, quando la matematica delle alleanze comincia a presentare il conto.

Renzi resta la mina sotto il tavolo progressista

La linea Appendino non nasce dal nulla. Nell’autunno scorso, alla vigilia di un turno di regionali che coinvolse anche Campania, Puglia e Toscana, la deputata lasciò la vicepresidenza del Movimento 5 Stelle perché giudicava il partito troppo schiacciato sulla linea del Pd. Ora la stessa tensione ritorna, solo con un nome più divisivo: Italia Viva.

L’obiettivo dell’ex sindaca è evitare che un’intesa con Renzi venga confezionata come un normale aggiornamento di strategia. Per Appendino non è un dettaglio tecnico, ma una questione politica: «Renzi ha fatto cadere un governo», ha ricordato riferendosi al Conte due. Poi l’accusa più pesante: «Ci ha mandato a casa per non far gestire al presidente Conte il Pnrr».

La risposta di Italia Viva

Da Italia Viva è arrivata la risposta di Enrico Borghi, senatore e vicepresidente del partito. Il tono, com’era prevedibile, non è quello del mazzo di fiori: «Se vuole parlare del passato noi siamo disponibili». Borghi ha poi richiamato il governo sostenuto dal M5S con Salvini e le vicissitudini giudiziarie dell’ex sindaca: «Possiamo parlare di quando lei sosteneva il governo con Salvini o di quando quelli come lei non volevano gli indagati in Parlamento, figuriamoci i condannati. Ma noi preferiamo parlare di futuro, non di passato».

La terapia di gruppo

Nel frattempo, il veto iniziale del M5S su un’alleanza con Italia Viva si è consumato un pezzo alla volta tra comunali e regionali. Conte, del resto, non ha parlato solo di Iv, ma del mondo centrista in generale. La formula ufficiale resta «un programma chiaro e condiviso». Niente «inciuci», assicurano. E infatti nel campo largo si preferisce chiamare tutto con nomi più eleganti, anche quando la sostanza politica somiglia parecchio a una trattativa complicata.

Elly Schlein ha escluso «larghe intese o niente che vi somigli». Dario Nardella, eurodeputato Pd, ha invece definito l’apertura di Conte al centro «realismo politico: il centrosinistra se è unito vince». Unità, però, è parola impegnativa: nel caso specifico sembra più un obiettivo di terapia di gruppo che una condizione già acquisita.

Nel weekend appena chiuso, il Movimento 5 Stelle ha organizzato cento luoghi per discutere il programma da portare al tavolo delle forze progressiste. Appendino ha raccontato di cittadini che chiedono di mettere al centro «il diritto a curarsi, allo studio, al lavoro, a un salario dignitoso». E da qui ha fissato la priorità: «È con loro che costruiamo le prime alleanze. Poi vedremo».

Quanto a Renzi, il discorso può anche restare socchiuso, ma solo molto più avanti: se «vuole ragionare su una legge sul conflitto di interessi o sul salario minimo ci ragioniamo, ma questo viene dopo». Prima vengono i cittadini, poi il programma, poi forse i centristi. E, in fondo alla fila, il campo largo che prova a non crollare mentre si allarga.

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