Fondazione Banco di Napoli cita in giudizio il Ministero delle Finanze per un indennizzo di un miliardo

Fondazione Banco di Napoli: c’è voluta la determinazione di Rossella Paliotto

Potrebbe essere di circa un miliardo di euro, secondo la stima contenuta in una relazione della Corte dei Conti, l’indennizzo per la Fondazione Banco di Napoli per il recupero dei cosiddetti “crediti inesigibili” che procurarono la scomparsa del Banco di Napoli.

C’è voluta la determinazione e la concretezza di Rossella Paliotto, prima donna della storia chiamata alla presidenza della Fondazione perché quest’ultima risollevasse la testa e assumesse, finalmente dopo oltre due decenni di silenzio e a due anni dal suo insediamento a Palazzo Ricca, un’iniziativa tesa a «fare luce tra le ombre che determinarono, ad oltre 500 anni dalla sua nascita, il crollo del più importante istituto di credito del Meridione» e uno dei più significativi della storia finanziaria d’Italia.

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L’iniquità subita dalla Fondazione Banco di Napoli

Il 9 settembre scorso, dopo un’ennesima PEC inviata il 27 aprile scorso al Mef – nel tentativo di aprire un confronto per cercare di cancellare l’iniquità subita dalla Fondazione Banco di Napoli e per il riconoscimento dei diritti indennitari che le competono, per altro rimasta senza risposta come le precedenti – infatti, la Fondazione ha citato in giudizio il Ministero dell’Economia e Finanze, che continua a tacere sull’argomento, perché sia il Tribunale di Napoli a quantificare l’indennizzo, dirimendo, così, una questione che si trascina ormai dal 1996.

Anno in cui la Sga (Società per la Gestione delle Attività) – oggi trasformatasi in Amco – prese in carico i crediti del Banco di Napoli valutati – come richiesto dalla Banca d’Italia – con criteri che la Commissione Europea aveva ritenuto «particolarmente prudenti». Motivo per il quale il Parlamento ritenne di prevedere un indennizzo per gli ex azionisti.

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Fondazione Banco di Napoli: «il dovere di un’azione»

Iniziativa che la stessa Paliotto ed il cda considerano come «il dovere di un’azione». In forza della quale la Fondazione chiede allo Stato – sulla scorta dell’impegno assunto dallo stesso, con la legge 588/96 e con il decreto 497 sempre del ’96, all’articolo 2 – il rendiconto finale dell’operazione di recupero dei cosiddetti crediti inesigibili, per poter quantificare l’indennizzo stesso, quale valore residuo effettivo della partecipazione azionaria a consuntivo.

Alla svalutazione dei crediti, la Fondazione, titolare del 69,4% del capitale azionario, contribuì con 3.000 miliardi di vecchie lire; gli altri azionisti con 1.500 e il ministero delle Finanze, con 2.000, ma non si trattò di un gentile omaggio ministeriale distratto da qualche capitolo di bilancio dello Stato, bensì di risorse rivenienti dalla rimodulazione di fondi destinati all’intervento straordinario e, quindi, già destinati al Mezzogiorno.

«La richiesta di indennizzo – ha sottolineato Paliotto – non interessa soltanto noi della Fondazione Banco di Napoli, alla quale quelle risorse tornano utili per autogestirci, per le finalità sociali e delle attività a sostegno del sociale, del bisogno, della cultura, dell’arte dell’istruzione e a valorizzare tutto il patrimonio custodito nel nostro archivio dal 1463. Ma è a difesa anche di tutti quei piccoli risparmiatori che proprietari di mini pacchetti di azioni e soci di minoranza hanno perso tutto».

Recuperato il 94% dei cosiddetti crediti inesigibili

Come accertato dalla stessa corte dei conti, la Sga ha recuperato il 94% dei cosiddetti crediti inesigibili del Banco di Napoli. Ma con la legge 119 del 2016 il Mef ha acquisito da Intesa-San Paolo, per soli 600.000 euro, l’intero capitale azionario della Sga e nello stesso anno, la Sga sottoscrisse 450 milioni di euro del Fondo Atlante, contribuendo, così, alla copertura delle ingentissime perdite messe insieme dalla Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Insomma, il Banco di Napoli ci ha messo i soldi, dato i numeri e le due banche venete hanno vinto al lotto.

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