ReStart Scampia: nuove case e più verde, ma la rinascita andrà oltre i riflettori?

Le istituzioni sapranno garantire lavoro, servizi e manutenzione?

A Scampia le Vele stanno davvero scomparendo. Dopo l’abbattimento della Vela Gialla nel marzo 2025 e l’avvio della demolizione della Vela Rossa a dicembre dello stesso anno, il progetto ReStart Scampia continua ad avanzare sotto gli occhi dei residenti. La Vela Celeste, unica superstite del complesso simbolo della periferia nord di Napoli, sarà invece riqualificata e trasformata in un Centro Servizi.

Nel frattempo il Comune promette le prime 170 nuove abitazioni entro luglio 2026, oltre 1.200 alloggi entro la fine dell’anno e il completamento dell’intero progetto entro il 2028, con scuole, spazi verdi e servizi pubblici. Per molti, già oggi, è la “Scampia post Gomorra”. Ma dietro la narrazione della rinascita resta una domanda più profonda: cosa succederà quando i riflettori sui cantieri si spegneranno?

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Giuseppe Mancini, presidente dell’associazione Coordinamento Periferie Unite e attivista del Coordinamento Territoriale Scampia, invita a guardare oltre l’immagine simbolica delle demolizioni. «ReStart deve essere assolutamente la svolta per Scampia. Non possiamo permetterci di perdere questa opportunità che probabilmente non si potrà mai più ripetere nella storia di questo territorio», racconta.

Le famiglie aspettano di tornare

Uno dei nodi centrali del progetto riguarda le famiglie che vivevano nelle Vele. Secondo Mancini, gli abitanti sgomberati non hanno ricevuto alloggi temporanei pubblici, ma un contributo economico per l’autonoma sistemazione. Molti oggi vivono in affitto anche fuori da Napoli o in altri comuni dell’area metropolitana. «La stanno vivendo con il sogno di andare nelle nuove case destinate a loro e la voglia di ritornare qui a Scampia», spiega. Il ritorno nel quartiere resta quindi il punto chiave dell’intera operazione urbanistica. La promessa non è soltanto demolire edifici degradati, ma ricostruire un tessuto sociale che negli anni si è disperso.

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Per ora, almeno dal punto di vista dei tempi, Mancini si dice fiducioso. «Ogni giorno i passi in avanti si vedono a vista d’occhio passando fuori al cantiere. L’amministrazione sta facendo davvero un grande sforzo seguendo passo dopo passo gli sviluppi». Un giudizio che, almeno al momento, allontana il timore di uno dei tanti cantieri pubblici destinati a rallentare o fermarsi. A Scampia, oggi, la trasformazione appare visibile.

«La Scampia di Gomorra non esiste più»

Tra gli aspetti più delicati c’è inevitabilmente quello della sicurezza. Per anni il quartiere è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso le immagini delle piazze di spaccio e delle faide criminali rese celebri dalla serie Gomorra. Secondo Mancini, però, quella fase appartiene quasi al passato. «Non è più la Scampia di Gomorra dove vedevamo da ogni angolatura del quartiere piazze di spaccio a cielo aperto e drogati come zombi provenienti da ogni parte d’Italia». Questo non significa che il problema criminale sia completamente sparito.

Episodi di microcriminalità continuano a esistere, ma secondo l’attivista il clima generale è profondamente diverso rispetto agli anni più duri delle faide. «Oggi anche nei lotti protagonisti delle due faide passate si respira aria di riscatto con la presenza di volontari che lottano ogni giorno per un territorio migliore», racconta. Poi aggiunge: «In ogni caso oggi mi sento sicuro e tranquillo passeggiando per il quartiere». È una dichiarazione che racconta bene il cambiamento percepito da chi Scampia la vive quotidianamente e non soltanto attraverso la narrazione mediatica.

La vera emergenza è il lavoro

Dietro la trasformazione urbana, però, resta una fragilità che secondo Mancini rischia di essere sottovalutata: quella economica. Il progetto prevede nuovi parchi, spazi verdi, scuole e servizi pubblici. Elementi importanti, ma che da soli non bastano. «Scampia è già il quartiere più verde della città di Napoli», sottolinea Mancini, evidenziando il paradosso di una Municipalità senza giardinieri, «dove anche dei semplici spartitraffico devono essere adottati dai cittadini e imprenditori locali per essere curati, altrimenti questo territorio va in difficoltà».

Anche sul fronte scolastico il problema non sarebbe la mancanza di strutture, ma la manutenzione. «Abbiamo la fortuna di essere circondati da scuole di ogni ordine e grado, ma hanno bisogno di manutenzione». Per l’attivista il vero tema resta l’occupazione. «Stiamo parlando del quartiere con la più alta densità di disoccupati in Italia». È qui che, secondo lui, si giocherà il futuro del quartiere. Senza opportunità economiche, il rischio è che il disagio sociale continui ad alimentare nuove forme di marginalità.

Il rischio di una riqualificazione solo “di facciata”

Se oggi il progetto sembra procedere senza grandi ostacoli, la preoccupazione principale riguarda ciò che accadrà dopo il completamento dei lavori. Mancini teme che, una volta inaugurati gli edifici e terminata la fase simbolica delle demolizioni, il quartiere possa essere nuovamente lasciato solo. «Non possiamo pensare che realizzato il progetto possiamo abbandonare l’intera area riqualificata», avverte. «Ci sarà bisogno di cura e manutenzione periodica che non potrà mancare per tutti i nuovi spazi messi a disposizione del territorio».

Il rischio, altrimenti, è ripetere gli errori del passato. «Tra 20 anni avremo bisogno di un altro ReStart e ricominceremo un’altra volta da capo». È qui che il progetto ReStart Scampia mostra la sua sfida più difficile. Demolire le Vele è il gesto più visibile. Molto più complicato sarà mantenere nel tempo servizi, spazi pubblici, lavoro e presenza istituzionale. Solo allora si capirà se quella di Scampia sarà davvero una rinascita concreta o soltanto una nuova immagine da raccontare.

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