40 secondi e il nuovo corso del cinema civile italiano

Il delitto di Colleferro riletto attraverso relazioni e fragilità

Che cosa può fare il cinema quando la cronaca ha già registrato i fatti? In casi come 40 secondi, la risposta sembra stare proprio nello scarto tra la nuda esposizione dell’evento e la sua restituzione umana. Il film scritto e diretto da Vincenzo Alfieri, tratto dal libro-inchiesta di Federica Angeli, prende le mosse dalla vicenda di Willy Monteiro Duarte, il ventunenne ucciso a Colleferro dopo essere intervenuto in difesa di un amico durante una lite. Lì dove il racconto giornalistico tende a fermarsi all’accaduto, il film tenta di riempire quell’accaduto di relazioni, aspirazioni, caratteri, tensioni quotidiane.

Il tempo delle vite e quello della violenza

Il titolo richiama i 40 secondi del pestaggio, ma il dispositivo del racconto si costruisce soprattutto su ciò che viene prima: le ore precedenti, i desideri ancora aperti, le possibilità ancora intatte. Michelle immagina la Sorbona come sbocco del proprio futuro; Willy, invece, cerca di emergere agli occhi dell’inaccessibile capo del ristorante in cui lavora. È proprio questo contrasto tra il tempo lungo delle vite che si stanno formando e il tempo minimo, violentissimo, che le interrompe, a produrre il principale squilibrio drammatico del film. Da questo punto di vista, 40 secondi si colloca in uno spazio che è insieme concreto e simbolico: una provincia che non coincide con un luogo soltanto, ma che sembra volerle contenere tutte.

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Non una provincia identificabile in senso stretto, dunque, bensì un paesaggio italiano diffuso, sospeso tra epoche, linguaggi e codici incompatibili. Da una parte c’è lo slang giovanile del «siamo online», dall’altra un dialetto quasi indecifrabile; da una parte i pastori che aprono il film, dall’altra il ristorante bistellato dagli interni nordici che lo conclude. In mezzo scorrono borghi quasi da cartolina, zone industriali consunte, luci da discoteca, spazi che potrebbero appartenere a chiunque proprio perché definiti soprattutto dalla loro natura periferica.

Tra documentario e stilizzazione

Anche i rapporti umani si organizzano in questa logica di scarto e ambivalenza: l’aggressività, per esempio, assume forme simili ma sostanze opposte. C’è quella che si traduce in violenza reale, e c’è quella giocata tra Willy e i suoi amici, fatta di prese in giro e provocazioni che, anziché distruggere, rafforzano un tessuto di solidarietà e sostegno. Il regista, intervenendo in conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma, dove il film è stato presentato nella sezione Concorso, ha parlato apertamente di un’impostazione documentaristica. Una dichiarazione che trova corrispondenza in diversi elementi formali: le inquadrature serrate, la macchina a mano, la cadenza territoriale marcata degli interpreti, persino quelle parole biascicate che in più di un momento rendono meno nitida la comprensione dei dialoghi.

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I limiti del tono

Tuttavia il film non resta sempre dentro quella linea. I gemelli Lorenzo e Federico, i cui nomi – come accade per altri personaggi ispirati alla vicenda reale – non coincidono con quelli dei protagonisti della cronaca, introducono un registro differente, più accentuato, più vicino alla caricatura. La loro presenza è costruita sulla simultaneità, sulla replica reciproca, sul gesto condiviso: sembrano muoversi come un’unica figura sdoppiata. Quasi si completano le frasi a vicenda, come i nipoti di Paperino, e finiscono per evocare antagonisti da fumetto. Non è però soltanto questa deviazione rispetto all’idea di documentario a creare attrito. Il nodo più evidente riguarda la tenuta complessiva dei toni.

Quando le urla si prolungano eccessivamente e la macchina da presa rincorre quella dilatazione isterica con un’estetica agitata e iperbolica, il film comincia a consumare parte della propria forza, sostituendo alla tensione un senso di logoramento che indebolisce l’effetto drammatico. Ma 40 secondi interessa anche per il contesto produttivo e industriale in cui si inserisce. Il film, disponibile su Netflix e anche a noleggio o in acquisto sulle principali piattaforme, è prodotto da Roberto Proia, lo stesso nome che compare dietro Il ragazzo con i pantaloni rosa. Anche quel titolo apparteneva a un’idea di cinema sociale, essendo centrato su una storia di suicidio connessa a episodi di bullismo, e anche in quel caso la materia narrativa proveniva dalla cronaca.

Un filone di cinema civile contemporaneo

I risultati sono stati molto rilevanti: Il ragazzo con i pantaloni rosa è stato il film italiano con i maggiori incassi in Italia nel 2024 ed è stato inoltre scelto per una versione hollywoodiana affidata a Nick Cassavetes, regista di John Q. Sull’onda di quel successo inatteso, Eagle Pictures – che ospita al suo interno una divisione specializzata in film orientati al cambiamento sociale e rivolti al pubblico adolescenziale – ha deciso di produrre e distribuire 40 secondi. In questo quadro, non è irrilevante neppure la circolazione degli stessi interpreti all’interno di un piccolo ecosistema di opere affini.

Una parte del cast di 40 secondi, infatti, compare anche in Familia, altro film di taglio sociale, ancora una volta derivato da un libro, stavolta autobiografico, e ancora una volta imperniato su personaggi molto giovani. In Familia recitano Francesco Gheghi, Francesco Di Leva e Federico Borello. Il film è stato scelto dall’Italia per la corsa agli Oscar 2026, senza però riuscire a entrare nella shortlist. Tutto questo suggerisce che forse si stia formando una filiera riconoscibile: un cinema d’impegno civile contemporaneo che lavora su storie vere, protagonisti giovani e una crescente riconoscibilità anche degli attori coinvolti, quasi un embrionale star system interno al genere.

Resta però da capire se questa tendenza abbia davvero la possibilità di consolidarsi. La risposta, con ogni probabilità, dipenderà meno dalle intenzioni culturali che dalla tenuta commerciale. In un’intervista rilasciata lo scorso ottobre a Boxofficebiz, Proia affermava: «Per il 2026 e il 2027 abbiamo già individuato altre due storie vere che, a nostro avviso, hanno l’urgenza di essere raccontate e, soprattutto, ascoltate». La prospettiva, quindi, è quella di un’espansione del filone. Tuttavia, nella stessa intervista, il produttore immaginava per 40 secondi un risultato economico pari a 4,5 milioni di euro, mentre il film si è fermato a 900mila euro. È su questa distanza tra ambizione produttiva e riscontro del mercato che si giocherà probabilmente la sorte di questo possibile nuovo cinema civile italiano.

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