Sequestrati beni per 40 milioni di euro
Diciannove persone in carcere, quattro ai domiciliari e beni sequestrati per un valore stimato di circa 40 milioni di euro. L’operazione eseguita dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli con i carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Caserta riporta al centro dell’attenzione il clan dei Casalesi, in particolare la fazione guidata dal capoclan Michele Zagaria, detenuto da 15 anni, e descrive un’organizzazione ancora radicata nel Casertano.
L’inchiesta, avviata nel 2019, ha documentato l’operatività di un gruppo ritenuto riconducibile alla fazione Zagaria, attivo nel territorio casertano e capace, secondo gli investigatori, di tenere insieme ala militare, gestione degli affari e controllo di diversi settori economici.
In carcere sono finiti anche i fratelli del boss, Carmine e Antonio Zagaria. Entrambi erano già stati detenuti e poi rimessi in libertà alcuni anni fa; da allora, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbero continuato a gestire la cosca fondata dal fratello Michele. Tra gli arrestati c’è anche il nipote Filippo Capaldo, figlio della sorella Beatrice, catturato in Spagna, dove si era trasferito dopo essere stato scarcerato nel 2019.
Nel quadro investigativo compare inoltre un referente incaricato di raccordare la leadership con il braccio operativo del clan, impegnato nelle attività di estorsione, usura e traffico di stupefacenti.
Estorsioni, terreni e settori economici controllati
Secondo quanto emerso dalle indagini, il gruppo avrebbe continuato a muoversi secondo dinamiche consolidate, facendo estorsioni a commercianti e imprenditori e mantenendo il controllo su alcuni comparti economici. Tra questi figura in particolare quello della compravendita delle proprietà terriere, con richieste comprese tra 15mila e oltre 125mila euro.
Sotto la lente degli investigatori sono finiti anche la gestione delle slot machine e le intestazioni fittizie di attività commerciali. Alcuni esercizi, secondo quanto emerso, sarebbero stati utilizzati anche come basi operative per pianificare le attività illecite. Le accuse contestate, a vario titolo, sono associazione mafiosa, concorso esterno, estorsione, usura, traffico di droga, riciclaggio, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni, detenzione di armi e altri reati aggravati dal metodo mafioso.
La cassa comune, la Spagna e i rapporti con l’ndrangheta
Le indagini hanno fatto emergere anche l’esistenza di una cassa comune del clan, alimentata pure attraverso investimenti in attività legali, tra cui società di autonoleggio, e tramite operazioni di riciclaggio realizzate con imprese in Italia e in Spagna riconducibili, secondo gli inquirenti, al nipote del capoclan.
Documentato inoltre un progetto di espansione nel traffico di droga, costruito anche grazie ai rapporti con la ’ndrangheta. Gli investigatori hanno ricostruito il consolidamento dei contatti con esponenti della criminalità calabrese, in particolare della provincia di Reggio Calabria, indicati come fornitori di cocaina. Un canale che avrebbe consentito al gruppo di consolidare la propria presenza sul mercato casalese e di guardare anche alle piazze di spaccio di Caivano.
Nel corso delle indagini erano già state arrestate altre nove persone, mentre due erano state fermate in flagranza. I sequestri hanno riguardato anche una mitraglietta Skorpion, un fucile a canne mozze, quattro pistole, circa 600 cartucce e 11 chili di droga.




