Con MadamElly, più che un partito il Pd è diventato un manicomio

Di Pietro: A fermare “Mani pulite” non la politica, ma i magistrati

Da quando il Nazareno ospita MadamElly, non ne azzecca più una. Oddio, non che prima andasse molto meglio! Ma qualche obiettivo positivo, ogni tanto, riusciva anche a centrarlo. Ora non ci riesce più. Fino a ieri era un partito monolitico, unito, dove tutti parlavano la stessa lingua; oggi sembra la succursale di un manicomio, dove ognuno parla, grida e fa per sé. Il che, nello specifico – contrariamente a quanto tramanda l’antica saggezza – non significa fare per tre. E le conseguenze si vedono. Ogni cosa finisce in caciara e, anziché festeggiare, si ritrovano «cornuti e mazziati».

Il fronte del «sì» e la frattura interna

Certo, il referendum non si è ancora svolto e bisognerà aspettare il 22 e 23 marzo, ma nel frattempo tantissimi esponenti dem, sulla riforma della giustizia, hanno preso le distanze, si sono allontanati dal partito e hanno ufficializzato – pur sapendo che, così facendo, mettevano a repentaglio la propria candidatura alle prossime elezioni, vedi la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno – che voteranno «sì» alla separazione delle carriere. Perché è «una cosa di sinistra».

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Sostengono convintamente, quelli della sinistra riformista, che ancora ricordano le discussioni della bicamerale D’Alema, quelle interne al Pci e ai suoi eredi negli ultimi decenni del ’900. E non sono disposti a tradire il proprio passato in nome di una pseudo-leader che con quella storia non c’entra per niente ed è arrivata alla segreteria trionfalmente sul carro dei 5 Stelle e si è iscritta al partito solo dopo essere stata eletta. A «cocco ammunnato e bbuono», insomma.

È «la sinistra che vota sì» e si è riunita nel comitato «Libertà Eguale», diretto dal costituzionalista ed ex parlamentare Pd Ceccanti e da Morando, già parlamentare e viceministro dell’Economia. Ma anche Fioroni, Barbera, Pellegrino, Concia, Morando, Serracchiani, Gori.

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Il Csm e la paura delle toghe

A questo punto sarebbe opportuno che i dem e soprattutto la Schlein stessa cominciassero a chiedersi cosa succederà se, alle tante fughe dal partito – tra cui quelle di esponenti, parlamentari ed eurodeputati, amministratori locali a tutti i livelli – dovesse aggiungersi, alla fine del mese di marzo, anche la sconfitta del «no» in occasione del referendum sull’ordinamento giudiziario e sulla separazione delle carriere fra giudici e pm, con il conseguente raddoppio del Csm (uno per i primi e l’altro per i secondi); il relativo sorteggio che toglierà attrattività e peso alle correnti della magistratura in materia di elezione dei componenti dei Csm e per le carriere personali dei magistrati; nonché l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.

E lo dico con estrema franchezza e senza infingimenti, pur consapevole che secondo il Vangelo «a pensare male si fa peccato», ma, montellianamente, ritengo che «spesso ci si azzecca». Per cui, anche se le toghe non lo dicono, sono convinto che sia proprio la nomina al Csm per sorteggio – che toglie ai leader dell’Anm, ma anche, seppure in misura minore, alla luce della consistenza numerica delle stesse, alle altre correnti sindacali, la possibilità di spadroneggiare sulle nomine – e l’istituzione dell’Alta Corte – le cui determinazioni sul piano disciplinare potrebbero avere ripercussioni sugli sviluppi della carriera di ognuno di loro – a far paura alle toghe ideologizzate e di rosso vestite.

Il futuro della leadership e il «campolargo» ridotto a baraccone

Alla luce di tutto ciò, mi chiedo: se alle tante sconfitte elettorali regionali – 13 contro appena 6 successi patiti dal suo avvento alla guida del Pd – e alla fuga dei tanti leader scappati perché in totale disaccordo con il radicalismo della linea politica della segretaria, si aggiungesse la vittoria del «sì» il 22 e 23 marzo, tanto più significativa perché ottenuta grazie anche all’apporto dei magistrati in linea con la riforma Nordio e dei fuoriusciti dem che voteranno «sì», quale futuro per la Schlein? E chi può dirlo!

Per fortuna i suoi maggiori contendenti alla poltrona di leader del fu «campolargo», ridotto ormai a baraccone – Conte (5S) e Landini (Cgil) – fanno di tutto per non sembrare migliori di lei: da «predicatori» sono più abili di vescovi e cardinali, ma come razzolatori sono peggio di uccelli senza becco. Quindi continuerà ad andare avanti in buona compagnia, raccontando favole agli italiani e sparando a zero sul governo, Meloni e il centrodestra. Mano nella mano con monsieur Landini che ha dato l’ennesimo colpo basso alla Cgil: un ex dirigente dell’ufficio legale, peraltro sottopagato, per vedersi riconoscere il Tfr ha dovuto ricorrere al Tribunale, che ha emesso un decreto ingiuntivo per quasi 200mila euro. Bel modo di difendere i lavoratori. Altro che salario minimo!

E intanto, con una dichiarazione «shock» – in risposta a un’asserzione sconcertante di Colombo, ex componente del pool Mani Pulite, che per motivare il suo «no» al referendum, intervistato da «Repubblica», aveva detto «con questa riforma ci avrebbero fermato prima» – Di Pietro, l’inventore del pool, ribatte: «questa idea che la politica ferma la giustizia, per come l’ho vissuta io, non è vera; a fermare “Mani Pulite” non è stata la politica, ma i magistrati, delegittimando chi se ne occupava».

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