Il 60enne deve scontare 30 anni di carcere
Dall’edilizia alla ristorazione, fino agli interessi nel narcotraffico e nello sfruttamento della prostituzione. Era articolato il sistema criminale riconducibile al clan dei Casalesi scoperto nel Veneto orientale, per il quale sono stati emessi 24 provvedimenti restrittivi dopo la decisione della Corte di Cassazione. Ma quando le forze dell’ordine si sono presentate per eseguire l’ordine di carcerazione nei confronti di Luciano Donadio, 60 anni, condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione come capo del clan di Eraclea, nel Veneziano, non lo hanno trovato.
Fino alla tarda serata di mercoledì 7 ottobre l’uomo non risultava rintracciato né si era presentato spontaneamente in un istituto penitenziario. A riferirlo sono il Corriere del Veneto, il Gazzettino e i quotidiani del gruppo Nem. L’operazione, condotta da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, ha interessato le province di Venezia, Caserta, Cosenza, Napoli, Potenza, Rovigo e Padova.
La pronuncia della Cassazione, arrivata martedì 6 ottobre, ha reso definitive le condanne nei confronti di 24 imputati coinvolti nell’inchiesta sulla presenza della criminalità organizzata campana nel Nordest. A differenza di Donadio, quasi tutti gli altri condannati si sono consegnati negli istituti penitenziari di diverse città. Raffaele Buonanno, considerato il braccio destro del boss e condannato a 29 anni e sei mesi, si è costituito nel carcere di Melfi, in provincia di Potenza, mentre Adriano Donadio, figlio di Luciano, si trova a Padova.
Gli affari del clan e le infiltrazioni nell’economia veneta
L’organizzazione aveva individuato nel territorio di Eraclea una delle principali basi delle proprie attività, riuscendo a inserirsi nel tessuto imprenditoriale e a condizionare anche le dinamiche politico-amministrative locali. Per quasi vent’anni, secondo quanto emerso, il gruppo aveva imposto la propria presenza sul litorale veneziano attraverso estorsioni, minacce e altre condotte riconducibili al metodo mafioso. L’obiettivo era assumere direttamente o attraverso intermediari la gestione e il controllo di attività economiche, soprattutto nei settori dell’edilizia e della ristorazione, ricorrendo quando necessario anche alla violenza.
Le indagini avevano inoltre ricostruito un sistema di imposizioni economiche nei confronti di altre organizzazioni criminali attive nelle zone limitrofe: i gruppi dediti al narcotraffico e allo sfruttamento della prostituzione erano tenuti a versare un aggio. Parte delle risorse raccolte serviva anche a finanziare il clan dei Casalesi.
La vicenda giudiziaria
La vicenda giudiziaria riguarda 27 imputati che avevano inizialmente scelto il rito ordinario e che, nel giugno 2025, erano stati condannati dalla Corte d’Appello di Venezia per reati comprendenti associazione di tipo mafioso, usura, estorsione, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, emissione di fatture per operazioni inesistenti e altri gravi delitti aggravati dall’agevolazione o dal metodo mafioso. Le pene inflitte erano comprese tra 3 e 30 anni di reclusione.
Esaminando i ricorsi, la Cassazione ha condiviso le valutazioni dei giudici veneziani per 24 posizioni processuali, consentendo alla Procura generale della Repubblica di Venezia di emettere i conseguenti ordini di esecuzione per la carcerazione, due dei quali sospesi. Per gli altri tre imputati è stato invece disposto il rinvio a una diversa sezione della Corte d’Appello: in due casi dovrà essere rivalutato il compendio probatorio, mentre nel terzo il nuovo esame riguarderà esclusivamente il trattamento sanzionatorio.
La difesa di Donadio contesta una violazione dei diritti
Nonostante la condanna definitiva, la difesa di Luciano Donadio intende proseguire la battaglia giudiziaria. L’avvocato Dario Vannetiello denuncia «una rilevante violazione del diritto di difesa», sostenendo che al proprio assistito sarebbe stata negata «la possibilità di ascoltare personalmente presso gli uffici della procura la miriade di intercettazioni all’interno del procedimento». Una contestazione sulla quale il legale punta per tentare di riaprire il caso.
Vannetiello si è infatti associato a una vicenda analoga già pendente davanti alla Corte costituzionale e attende che venga fissata l’udienza. L’obiettivo è individuare un eventuale presupposto giuridico per chiedere la revisione del processo. Tra le possibilità prese in considerazione figura anche un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
L’inchiesta nata nel 2008 da due arresti per banconote false
A far emergere la presenza dell’organizzazione nel Nordest era stato un episodio risalente al 2008. In provincia di Udine, l’allora Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Trieste aveva arrestato due persone di origine napoletana trovate in possesso di banconote false. Uno degli arrestati aveva manifestato la volontà di fornire informazioni su un gruppo criminale attivo nel Veneto orientale, aprendo così la strada a un’indagine ben più ampia rispetto al caso iniziale.
Gli accertamenti successivi, affidati dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia, permisero di individuare i collegamenti con il clan dei Casalesi e di ricostruire le strategie attraverso le quali il sodalizio cercava di consolidare la propria presenza nel territorio, penetrando nelle attività economiche e ricorrendo al metodo mafioso. A ripercorrere le origini dell’inchiesta è il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Trieste, che in una nota ricorda il lungo lavoro investigativo sfociato nel procedimento giudiziario arrivato fino alla Cassazione.




