Conte fa il bulletto nel campo largo: «O passa la linea di ‘Nova’ o torno a Firenze»

Il leader M5S avverte gli alleati e prepara lo scontro sul programma

Giuseppe Conte ha trovato un modo piuttosto singolare per cominciare la trattativa sul programma del centrosinistra: spiegare agli alleati che, se non gli permetteranno di portare avanti i progetti elaborati con ‘Nova’, potrebbe prendere libri e codici e tornarsene a Firenze.

«Attraverso ‘Nova’, abbiamo raccolto molte idee programmatiche da portare al tavolo della coalizione progressista. Ci sono progetti validissimi. Se non mi fosse concessa la possibilità di portare avanti i progetti riuniti nel programma dai tavoli di lavoro di questi mesi me ne torno serenamente al mio lavoro a Firenze. Sono in aspettativa. Torno all’università e riapro uno studio legale. Compromessi io non ne posso accettare», ha detto il leader pentastellato a Diamante. Serenamente, naturalmente. Ma il messaggio rivolto ai compagni di viaggio appare decisamente meno rilassante: il percorso programmatico ha stabilito una linea, l’ex premier vuole portarla avanti e, se non potrà farlo, prospetta il ritorno alla sua precedente attività.

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Più che l’apertura di una trattativa, sembra l’arrivo del bulletto di quartiere nel campo largo: petto in fuori, muscoli bene in vista e paletti già piantati. Con un dettaglio non proprio secondario: quella di Milano era l’iniziativa programmatica dei Cinque Stelle, non il congresso del Partito democratico né quello dell’intero centrosinistra. Conte ha tutto il diritto di difendere le decisioni prese dal suo partito, ma gli alleati hanno esattamente lo stesso diritto di non condividerle.

Dall’Ucraina ai 15mila euro, gli iscritti pentastellati non decidono per tutti

Prendiamo l’Ucraina: il 91,7% dei partecipanti alla consultazione si è espresso contro la prosecuzione dell’invio di armi a Kiev. Mandato chiarissimo, ma per la formazione pentastellata. Il problema comincia quando quella posizione arriva al tavolo di una coalizione nella quale i democratici partono da presupposti differenti. Lo stesso ragionamento vale per il «Patto generazionale» dei giovani Cinque Stelle, nel quale compare la proposta di assegnare 15mila euro ai diciottenni entro una determinata soglia di reddito familiare. Al partito di Schlein potrebbe piacere moltissimo oppure potrebbe volerla modificare, chiedersi quanto costa e come finanziarla o semplicemente respingerla. Ma dovrebbe poterlo decidere.

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Questo dovrebbe essere il senso di una coalizione: ciascuno porta le proprie proposte, si discute e alla fine si cerca una sintesi. Altrimenti si può fare prima: il partito di Conte stampa il programma di ‘Nova’, Schlein porta una penna e gli altri si mettono ordinatamente in fila per firmare. Il punto non è quindi contestare all’ex premier il diritto di difendere il mandato ricevuto dagli iscritti, ma capire perché le decisioni prese dalla base di una forza politica dovrebbero diventare un vincolo per tutti gli altri. E annunciare che, se quei progetti non potranno essere portati avanti, si è pronti a tornare a Firenze somiglia parecchio a un ultimatum.

L’ex premier riesce persino a far sembrare accomodante Vannacci

In questo momento i Cinque Stelle rischiano di essere per il centrosinistra persino più complicati di Roberto Vannacci per il centrodestra. Vannacci almeno ha scelto una posizione lineare: Futuro Nazionale resta autonomo, fissa le proprie condizioni e sulle eventuali alleanze discuterà con gli altri partiti. In sostanza dice: io sto fuori, queste sono le mie idee e, se vogliamo stare insieme, trattiamo.

Il leader pentastellato riesce a fare qualcosa di più sofisticato: partecipa già alla costruzione del campo progressista ma contemporaneamente stabilisce i paletti entro i quali quella costruzione dovrebbe muoversi. Vannacci mette i paletti prima di entrare, l’ex presidente del Consiglio li pianta mentre è già seduto al tavolo.

Mostrare i muscoli può certamente servire per far vedere alla propria base che il partito non prende ordini dai democratici e che il mandato ricevuto con ‘Nova’ non finirà dimenticato in qualche cassetto. Ma una cosa è distinguersi, un’altra è comportarsi come se il programma comune dovesse essere scritto sotto dettatura. Tenere la propria barra dritta è relativamente semplice; il problema arriva quando sulla stessa barca ci sono quattro capitani e ognuno pretende di scegliere la rotta.

Il campo largo è larghissimo sui voti, un po’ meno quando si decide

A questo punto la domanda riguarda soprattutto il principale alleato: avrà paura di dire qualche no a Conte? Perché il bulletto di quartiere continua a fare il bulletto soprattutto quando scopre che funziona. Se ogni volta che il capo dei pentastellati alza la voce gli altri arretrano per paura di mettere in pericolo il campo largo, non esiste alcun motivo perché smetta. E così il progetto rischia di diventare larghissimo quando bisogna sommare i voti e improvvisamente strettissimo quando bisogna decidere chi comanda. Se invece le diverse forze del centrosinistra vogliono davvero costruire una coalizione, prima o poi dovranno accettare che mediare significa anche sentirsi dire qualche no.

Rimane infine quella promessa di tornare alla vita precedente. E qui l’ex presidente del Consiglio potrebbe chiedere qualche informazione a Matteo Renzi. Nel 2016 l’allora premier legò il proprio futuro politico al referendum costituzionale e arrivò ad annunciare che, in caso di sconfitta, avrebbe smesso di fare politica. Il referendum lo perse.

Da Palazzo Chigi se ne andò davvero; dalla politica, decisamente meno. Conte metta in mostra i muscoli quanto vuole, ma ricordi che una coalizione presenta una fastidiosa caratteristica: esistono anche gli alleati e qualche volta hanno persino idee diverse. Se davvero vale l’aut aut – o passano le sue proposte o torna alla vecchia vita – e i compagni di viaggio non dovessero cedere, allora gli scatoloni per Firenze dovrà prepararli davvero. Sempre che, arrivato il momento, non scopra anche lui quanto sia difficile mantenere certe promesse. Renzi insegna.

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