Il mandato della segretaria scade a marzo ma sul tavolo c’è la proroga
Il Pd si prepara a prolungare la stagione di Elly Schlein mentre discute di come regolare le primarie. La cosiddetta norma «anti Gori» e l’assenza, per ora, di un congresso nazionale alimentano un paradosso difficile da ignorare: nel partito che si chiama Democratico, la competizione interna sembra diventare un problema.
Se la norma servirà a impedire ad altri candidati del Pd di presentarsi alle primarie, non sarà una semplice questione di regolamento. Sarà una scelta politica: togliere agli iscritti la possibilità di confrontare più proposte. Una competizione con gli sfidanti cancellati in partenza assomiglia più a una ratifica che a una scelta. E la domanda, a questo punto, è inevitabile: perché mettere al riparo la segretaria dal confronto, se si è sicuri del suo consenso?
La risposta che suggerisce questa mossa è poco lusinghiera per chi la promuove: evidentemente, temono che Schlein possa perdere contro uno sfidante interno. È una valutazione politica, non un risultato già scritto. Ma se la leadership è solida, il modo più convincente per dimostrarlo è misurarsi con gli avversari, non cambiare le regole per ridurne il numero. Altrimenti il messaggio che arriva agli iscritti è che la segretaria può essere confermata, purché non ci sia davvero la possibilità di scegliere qualcun altro.
La questione si intreccia con la proroga del mandato di Schlein, in scadenza a marzo 2027. La direzione convocata al Nazareno per venerdì 2 ottobre ascolterà la relazione della segretaria; l’Assemblea nazionale, attesa tra la fine del prossimo mese e l’inizio di novembre, dovrà definire il prolungamento. Si arriverebbe così alle elezioni politiche con Schlein ancora alla guida, mentre non è previsto un congresso nazionale che rimetta la leadership al voto della base. Il Pd si prepara a discutere insieme la durata del mandato e le regole per chi potrebbe contenderlo: una coincidenza che rende difficile liquidare il caso come una questione tecnica.
Primarie, ma con gli sfidanti fuori gioco
E mentre la partita interna occupa la scena, la linea politica del campo largo resta tutta da costruire. In direzione si parlerà del programma, della politica estera e della guerra in Ucraina, uno dei temi che da tempo dividono il Pd e il Movimento 5 Stelle. Restano da chiarire anche i confini dell’alleanza e il modo in cui metterla in piedi. Giuseppe Conte, conversando con i cronisti alla Camera, ha detto: «Il tavolo sul programma? Noi siamo pronti, aspettiamo gli alleati… Non possiamo certo riunirci da soli…». Il leader M5S aspetta il Pd; il Pd, intanto, deve ancora sciogliere i nodi che renderebbero riconoscibile la proposta comune.
La frangia riformista
I problemi non finiscono qui. I riformisti dem si riuniranno sabato prossimo a Prato, mentre prosegue lo scontro sul disegno di legge sull’antisemitismo presentato dal centrodestra. La segreteria appare sempre più vicina al no, nonostante l’ala moderata del partito si sia espressa positivamente. Graziano Delrio, ex ministro ed esponente riformista, si dice «molto amareggiato e rattristato» in un’intervista al Corriere della Sera: «Un argomento così importante come l’antisemitismo meritava una convergenza delle forze politiche come richiesto da Liliana Segre, e questo specialmente in un Paese che ha conosciuto le leggi razziali del fascismo».
Delrio richiama anche la «radicalizzazione del centrosinistra sui temi della politica estera», che, avverte, può rappresentare «un problema per il Paese». È un altro fronte di dissenso interno, mentre sulla guerra in Ucraina il Pd deve ancora trovare una posizione compatibile con quella del M5S. La segretaria, dunque, si prepara a chiedere più tempo alla guida del partito mentre restano aperte le questioni che dovrebbero definirne la linea e i rapporti con gli alleati.
Il paradosso è tutto qui: si vuole prolungare il mandato, ma si discute anche di come ridurre la possibilità che qualcuno lo contesti. Se la norma «anti Gori» dovesse davvero servire a togliere gli sfidanti dalla corsa, il Pd potrebbe presentarsi alle primarie con una competizione svuotata prima ancora di cominciare. A quel punto, «Partito Democratico» resterebbe il nome. La sostanza sarebbe una segretaria al riparo dal voto, perché il voto non possa riservare sorprese.




