Centrosinistra, le primarie possono decretare il vincitore ma non lo sconfitto fedele

Leader pronti alla photo opportunity, più aspiranti premier che intese

La leadership del centrosinistra resta sospesa tra Schlein e Conte. Nel frattempo, però, attorno alla loro sfida si moltiplicano i movimenti e i possibili protagonisti. Lo stallo tra i due principali leader sta infatti allargando la partita. Nessuno è disposto a lasciare all’altro la guida della coalizione e, in quello spazio ancora libero, cominciano a muoversi quanti puntano a guadagnare peso, visibilità o a farsi trovare pronti nel caso in cui il confronto tra Pd e M5s diventasse ingestibile. Con una cautela condivisa praticamente da tutti: un nome lanciato adesso vale «poco più di una chiacchiera» e rischia soprattutto di essere bruciato troppo presto.

Anche Avs potrebbe entrare nella partita con un proprio nome, qualora si arrivasse alle primarie. Matteo Renzi lascia circolare l’ipotesi di una candidatura, mentre Alessandro Onorato, reduce dal botta e risposta con Carlo Calenda sull’Ucraina, lavora con Progetto Civico Italia a un calendario preciso: programma a settembre e gazebo nella prima metà di novembre. Tra i suoi interlocutori c’è il socialista Enzo Maraio.

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Ernesto Maria Ruffini continua invece a presidiare una galassia che i suoi definiscono «saldamente di centrosinistra», mettendo i «valori» al centro della costruzione del campo largo. Restano sullo sfondo Roberto Gualtieri e Gaetano Manfredi. E poi c’è Silvia Salis: secondo chi segue i suoi movimenti, la sindaca di Genova non dovrebbe scoprire le carte prima dell’uscita, prevista a ottobre, del libro «È già domani». Una sua eventuale discesa in campo potrebbe però rimettere in discussione tutto.

Più aspiranti premier che punti in comune

L’affollamento rende ancora più evidente ciò che il centrosinistra non ha risolto. I possibili concorrenti aumentano, mentre l’accordo politico procede molto più lentamente. Il nodo principale resta il rapporto tra Schlein e Conte. Le distanze non riguardano soltanto la leadership: politica estera e sostegno a Kiev continuano a separare Pd e M5s. E nessuno dei due appare intenzionato a riconoscere preventivamente all’altro una posizione dominante.

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In questa fase Conte si muove di più, mentre la segretaria dem mantiene una minore esposizione pubblica. Nel Movimento c’è anche chi guarda al calendario e considera febbraio troppo lontano: se l’ipotesi di elezioni ad aprile diventasse realtà, attendere fino ad allora significherebbe lasciare a Giorgia Meloni diversi mesi di vantaggio. Schlein, intanto, imposta direttamente sulla presidente del Consiglio il confronto: «Noi lavoriamo ogni giorno per costruire l’alternativa che merita l’Italia».

È proprio la prospettiva di una sfida già ridotta a Pd contro M5s ad aver irritato Avs. Nicola Fratoianni prima e Angelo Bonelli poi hanno frenato sulla corsa a due. I rossoverdi non chiudono ai gazebo, ma pongono un problema politico che viene prima dei nomi: serve «un’intesa per il Paese». Altrimenti il rischio è trasformare il centrosinistra in un ring quando ancora non è stato stabilito cosa debba tenere insieme la coalizione, lasciando sul terreno più feriti che vincitori.

Si discute della gara prima ancora di fissarne le regole

Il paradosso successivo riguarda proprio le primarie. Se ne parla ormai come dello sbocco naturale della contesa, ma non è stato ancora deciso né come né quando dovrebbero svolgersi. Turno unico o ballottaggio, prima il programma oppure prima il candidato: sono ancora aperte le questioni fondamentali. Nel Pd l’orizzonte resta l’autunno, accompagnato però dalla consapevolezza che per mettere in piedi una consultazione solida «serve tempo».

E prima potrebbe essere necessario capire quale legge elettorale accompagnerà il prossimo voto. Dalle nuove regole dipenderanno anche tempi e modalità con cui il centrosinistra proverà a individuare il candidato chiamato a sfidare Meloni, nell’ipotesi ormai accreditata di elezioni ad aprile.

Nel Pd riaffiorano così i precedenti. Nel 2005 il confronto vide protagonisti Romano Prodi e Fausto Bertinotti. Nel 2012 l’ingresso di Matteo Renzi cambiò una competizione che inizialmente ruotava soprattutto attorno a Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola, fino al ballottaggio. Questa volta, però, c’è chi teme che nei gazebo possano riversarsi «da subito moltissime tensioni».

L’alternativa sarebbe evitare la conta trovando un federatore. Servirebbe una figura abbastanza forte da tenere insieme il campo e abbastanza terza da non apparire come l’affermazione di Schlein su Conte o viceversa. È in questo scenario che torna Bersani, padre nobile capace di dialogare sia con il Pd sia con il M5s.

Il problema potrebbe cominciare dopo le primarie

Anche una consultazione riuscita risolverebbe soltanto una parte della questione. Le primarie possono scegliere il vincitore, ma non garantire la tenuta del giorno dopo. Schlein e Conte aspirano entrambi alla guida e nessuno, finora, ha mostrato particolare disponibilità a fare da comprimario all’altro.

C’è poi un problema ancora più concreto. Conte ha sostenuto che chi prevale debba dettare anche la linea politica, mentre Schlein ha respinto questa impostazione, chiedendo prima un programma condiviso. Se a vincere fosse la segretaria dem, fino a che punto il leader del M5s sarebbe disposto ad adeguarsi alle posizioni della coalizione sui dossier che oggi dividono i due partiti? È lì, più che nel risultato dei gazebo, che si misurerebbe la tenuta del campo largo.

Prima di scoprirlo arriverà un’altra immagine di unità. L’8 settembre Schlein e Conte saranno insieme sul palco della festa nazionale di Avs per una nuova photo opportunity. Qualcuno riassume il quadro ricorrendo a John Lennon: «Always something cooking but nothing in the pot». Qualcosa bolle sempre, ma per ora la pentola resta vuota. E resta da capire se, quando sarà il momento di riempirla, tutti saranno ancora seduti allo stesso tavolo.

 

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