Il Governo prepara nuovi tagli alle tasse: priorità a Irpef e ceto medio

Moody’s stima per l’Italia Pil +0,8% e deficit al 3% nel 2026

Moody’s rivede al rialzo la crescita dell’Italia e indica per il 2026 un Pil a +0,8% e un deficit al 3%. L’agenzia ha completato la revisione periodica del Paese confermando di fatto il rating Baa2 e prospettive stabili, senza assumere una nuova decisione sull’affidabilità creditizia. Intanto l’esecutivo lavora su più fronti per ridurre il peso di tasse e costi, dalla prossima manovra alle misure fiscali fino agli interventi contro il caro carburanti.

Il giudizio poggia su un’economia definita ampia, diversificata e ad alto reddito, sostenuta da una forte base di investitori interni che contribuisce al finanziamento dei titoli di Stato, oltre che sull’appartenenza all’Unione europea e all’area euro. A bilanciare questi elementi resta l’elevato debito pubblico, che secondo l’agenzia limita la flessibilità di bilancio, insieme a prospettive di crescita moderate. Moody’s precisa inoltre che la revisione «non annuncia un’azione di rating né indica una probabile azione sul rating nel breve periodo».

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Deficit al 3% e debito al 138% del Pil

Sul fronte dei conti pubblici, la previsione dell’agenzia di rating è di un deficit pari al 3% del Pil nel 2026 e al 2,9% nel 2027, dopo il 3,1% del 2025. Il rapporto tra debito pubblico e Pil dovrebbe invece stabilizzarsi intorno al 138% nel 2026 e nel 2027, per poi iniziare una graduale discesa «grazie a solidi avanzi primari e al venir meno dell’impatto dei crediti d’imposta per le ristrutturazioni edilizie degli anni passati».

L’Italia, secondo l’analisi, continua inoltre a beneficiare di costi per interessi moderati nonostante il recente aumento dei rendimenti dei titoli di Stato a livello globale. L’impatto sarà graduale grazie a una durata media residua del debito di circa sette anni, ma la spesa per interessi è prevista in aumento: dal 3,8% del Pil nel 2025 al 4,2% nel 2026, fino al 4,7% nel 2032. Quest’ultimo dato è superiore di circa 0,2 punti percentuali rispetto alle precedenti stime dell’agenzia, che prevede rendimenti più elevati rispetto al periodo precedente il conflitto in Medio Oriente.

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Le nuove stime rappresentano così un segnale positivo sul quadro economico, accompagnato però dalle criticità legate al livello del debito e alla crescita della spesa per interessi. È in questo scenario che entra nel vivo il lavoro sulla prossima legge di Bilancio. La riduzione del carico fiscale resta tra le priorità dell’esecutivo, con particolare attenzione al ceto medio. Giorgia Meloni ha ribadito l’intenzione di andare avanti con il taglio delle tasse, con «un occhio di riguardo per il ceto medio», definito dalla premier «il motore di questa Nazione». Anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha indicato come priorità la prosecuzione del percorso di riduzione delle imposte sul reddito.

Irpef e flat tax, le ipotesi per ridurre le tasse

Tra le ipotesi sul tavolo c’è l’estensione fino a 60mila euro dell’aliquota Irpef al 33%, oggi applicata fino a 50mila euro, con un costo stimato di circa 3 miliardi l’anno. Sul fronte delle partite Iva, Matteo Salvini ha invece proposto di innalzare da 85mila a 100mila euro la soglia per accedere alla flat tax al 15%. Interventi che si inseriscono nella strategia di riduzione del peso fiscale portata avanti dall’esecutivo, nella quale rientra anche l’abolizione del bollo auto per i veicoli fino a 80 kW.

La moral suasion dietro il price cap di Eni

L’altro fronte è quello del costo dell’energia e dei carburanti. Dietro la decisione di Eni di calmierare per almeno un mese i prezzi di benzina e gasolio ci sarebbe stata una moral suasion dell’esecutivo. L’ipotesi figurava da alcune settimane tra le opzioni valutate ai vertici per contrastare il caro carburanti, anche se non trova conferma un intervento diretto di Meloni. Da Palazzo Chigi è comunque arrivato il ringraziamento al gruppo guidato da Claudio Descalzi per quello che è stato definito «un lodevole atto di attenzione all’Italia».

Adesso l’attenzione è rivolta all’effetto che la scelta di Eni potrebbe produrre sull’intero mercato. L’auspicio è che gli altri marchi, per restare competitivi, seguano la stessa strada e riducano a loro volta i prezzi alla pompa. Per Palazzo Chigi l’iniziativa dovrebbe produrre un effetto pratico, frenando l’aumento del costo dei rifornimenti, e uno politico: rappresentare una risposta alle richieste di tassare le società energetiche. Antonio Tajani ha sottolineato che «le risposte non arrivano da tasse dirigiste», mentre dalla Lega è arrivato l’auspicio che «le banche e le altre grandi società del settore energetico e petrolifero seguano questo esempio».

Il caro carburanti

Il confronto con le grandi società energetiche si è intensificato dopo l’offensiva di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha scosso i mercati energetici con effetti immediati su famiglie e imprese. Il 3 marzo a un vertice presieduto da Meloni parteciparono gli amministratori delegati di Eni e Snam, Claudio Descalzi e Agostino Scornajenchi, mentre un mese più tardi la premier incontrò nuovamente Descalzi a Palazzo Chigi. I contatti sono proseguiti anche dietro le quinte.

Sul caro carburanti sono già stati messi in campo interventi per oltre 2 miliardi di euro. Per finanziare uno dei decreti sul taglio delle accise, il 26 agosto l’esecutivo ha fatto ricorso anche a un nuovo meccanismo di acconto fiscale sulle tasse relative ai dividendi anticipati dai grandi gruppi energetici, nello specifico Eni.

Da oggi lo sconto sulle accise del gasolio passa da 12,2 a 6,1 centesimi al litro. Il decalage dovrebbe accompagnare il sistema fino al 5 ottobre, quando è previsto l’avvio delle accise mobili. Quello appena varato dovrebbe essere l’ultimo intervento generalizzato prima del passaggio a provvedimenti «mirati sulle fasce di reddito più bisognose», già annunciati un mese fa.

Mercoledì Salvini aveva osservato che «a breve non caleranno né il costo del carburante né dell’energia, né per le imprese né per le famiglie». Ora Palazzo Chigi guarda anche all’effetto concorrenza innescato dalla scelta di Eni per provare a spingere verso il basso i prezzi degli altri operatori.

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