Lo scrittore non si allinea su Gaza e sionismo: escluso dalla prolusione
Il caso Erri De Luca mostra la faccia più ipocrita del pensiero unico: non basta essere uno scrittore di sinistra, letto e amato, se osi non allinearti alla versione autorizzata su Gaza, Israele e sionismo. A quel punto scatta la punizione culturale.
La punizione, in questo caso, ha preso la forma più grave: l’esclusione dalla prolusione che lo scrittore avrebbe dovuto tenere al Festival Salerno Letteratura, in programma dal 13 al 20 giugno. Non una polemica qualsiasi, non una critica nel merito, ma la sottrazione del momento più simbolico della manifestazione dopo parole considerate dissonanti rispetto al racconto dominante. Gli organizzatori parlano di decisione «riconsiderata» e negano la censura. Ma se uno scrittore viene spostato dal palco principale per ciò che ha detto, la sostanza resta quella.
Le considerazioni contestate
La vicenda parte da Gerusalemme, dove lo scrittore ed ex dirigente di Lotta continua si trovava per un festival letterario. In un’intervista a un giornale israeliano, poi rilanciata in Italia dal Foglio, De Luca dice due cose che hanno scatenato la reazione furente di una parte dell’opinione pubblica. La prima riguarda la parola genocidio applicata alla guerra di Gaza: «So benissimo cosa sia un genocidio, applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale».
La seconda riguarda il sionismo, termine che De Luca sceglie di usare anche per sé: «In Italia, e in gran parte dell’Occidente, oggi sionista è una maledizione. Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria».
Queste sono le parole. Non un’apologia della guerra, non una negazione dei morti civili, non un’offesa al popolo palestinese. Una posizione netta, discutibile quanto si vuole, ma formulata dentro un ragionamento. Eppure è bastato questo per trasformare De Luca in un bersaglio, fino alla shitstorm che negli ultimi tempi lo ha investito.
Il punto politico è qui. Uno scrittore di sinistra, con una storia culturale lontanissima dalla destra, viene colpito perché non usa le parole che l’intellighenzia di sinistra pretendeva da lui. Non gli viene contestato soltanto ciò che ha detto: gli viene contestato di non essersi messo in fila.
«Sionismo è diventato termine dispregiativo»
Il 26 maggio De Luca in un’intervista all’Ansa chiarisce ancora meglio la sua posizione. Sul sionismo spiega: «Sionismo è diventato un termine dispregiativo per la politica di Israele. Invece per me è quel movimento politico che ha operato per la costituzione dello Stato di Israele». Poi aggiunge: «Sionista è chi crede a questo diritto. Chi parla di una soluzione a due Stati riconosce che uno di questi è Israele. Sionismo non è espansionismo, che invece lo tradisce».
Anche qui, il punto è chiaro. De Luca distingue tra sionismo ed espansionismo. Riconosce il diritto all’esistenza dello Stato di Israele e separa questa idea dalle scelte politiche del governo israeliano. Si può dissentire, si può criticare, si può contestare ogni passaggio. Ma trasformare questa posizione in una colpa da espiare significa non accettare più il terreno del confronto. Sulla parola genocidio, lo scrittore mantiene la stessa linea: «Non uso questo termine per definire la distruzione di vite umane in un conflitto che si svolge dentro centri abitati». Poi precisa: «A Gaza, la popolazione civile è stata continuamente spostata, costretta a essere profuga. Un genocidio l’avrebbe lasciata sul posto. Oppure estendiamo la parola genocidio alle battaglie di Rakka, Mosul, Mariupol, Aleppo».
Sono frasi forti, destinate a dividere. Ma proprio per questo avrebbero dovuto essere discusse nel merito. Invece il meccanismo della scomunica ha prevalso sulla fatica del ragionamento. E quando la cultura rinuncia al merito per affidarsi alla punizione simbolica, la domanda diventa inevitabile: chi è davvero intollerante?
Salerno Letteratura e la prolusione tolta
Dopo quelle dichiarazioni su Israele, sionismo e genocidio in Palestina, De Luca è stato escluso dalla prolusione che avrebbe dovuto tenere al Festival Salerno Letteratura. Lo riferisce Il Mattino, riportando la posizione del condirettore artistico Gennaro Carillo: «La prolusione in un primo momento avrebbe dovuto tenerla Erri De Luca, autore molto letto e altrettanto amato». Poi arriva la motivazione del ripensamento: «Ma la prolusione implica una certa identità di vedute con chi te le commissiona, quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza».
È proprio questa frase a rendere il caso enorme. Un festival letterario non dovrebbe chiedere identità di vedute. Dovrebbe accettare la complessità, anche quando disturba. Se l’apertura di una manifestazione culturale può essere affidata solo a chi condivide la linea degli organizzatori, allora non siamo davanti al pluralismo, ma a un recinto. Carillo aggiunge: «La prolusione è l’atto che apre il festival e in un certo senso ne detta la linea. Per questo abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria, anche per evitare strumentalizzazioni». Poi la precisazione: «Non c’è nessuna censura: De Luca era invitato comunque, seppure in altra sezione, ma ha preferito declinare».
La parola censura può anche non piacere. Ma la sostanza resta: prima De Luca era stato scelto per aprire il festival, poi non più. Ed è accaduto dopo una tempesta di polemiche sulle sue idee. Chiamarla riconsiderazione non cambia il risultato. Lo scrittore è stato spostato dal punto più visibile della manifestazione perché le sue parole erano diventate scomode.
De Luca: «È il Festival che si è escluso da me»
La risposta di Erri De Luca arriva all’ANSA ed è una battuta che pesa più di molte spiegazioni: «Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me». Lo scrittore liquida così la cancellazione della prolusione e non vuole aggiungere altri commenti. Forse, viene osservato, «pure questa alla fine è una dichiarazione».
Ed è davvero una dichiarazione. Perché rovescia il quadro: il problema non è De Luca che parla, ma un ambiente culturale che non regge il dissenso quando arriva da una voce che considerava propria. La critica è legittima, la contestazione pure. Ma quando dopo una shitstorm un festival arretra e toglie a uno scrittore la prolusione, non siamo più nel confronto. Siamo nel conformismo travestito da sensibilità.
Salerno Letteratura avrebbe potuto fare una scelta diversa. Avrebbe potuto lasciare De Luca sul palco principale e dimostrare che la cultura non ha paura delle parole difficili e dissonanti dal pensiero unico dominante. E così la domanda resta aperta: chi è il vero intollerante, chi esprime una posizione scomoda o chi decide che quella posizione non possa aprire un festival letterario perché diversa dalla propria?




