Legge elettorale, intesa sul «premio di governabilità»: verso lo Stabilicum

L’accordo: obbligo di indicare il nome del candidato premier

Gli sherpa del centrodestra chiudono un’intesa di massima sulla riforma elettorale, ma restano aperti alcuni nodi politici, a partire dal tema delle preferenze. L’accordo rappresenta comunque un passo avanti significativo verso un sistema pensato per rafforzare la stabilità e rendere più chiaro il rapporto tra elettori, maggioranza e governo, in vista delle politiche del 2027 e del referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici.

L’obiettivo è approvare la riforma prima dell’appuntamento referendario sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, così da offrire al Paese un quadro istituzionale più coerente.

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Un sistema proporzionale con premio di governabilità

La nuova legge elettorale è dichiaratamente orientata a «garantire stabilità» attraverso un premio di maggioranza definito «non eccessivo». Non a caso, viene riferito, il modello sarebbe già stato soprannominato «Stabilicum». Il superamento del Rosatellum passerebbe dall’abolizione dei collegi uninominali e dall’introduzione di un sistema proporzionale con un «premio di governabilità» assegnato alla coalizione capace di superare il 40% dei voti.

In caso di raggiungimento di quella soglia, alla coalizione vincente verrebbero attribuiti 70 seggi alla Camera e 35 al Senato come dote aggiuntiva. Si tratterebbe di un meccanismo pensato per assicurare numeri certi in Parlamento senza alterare in modo sproporzionato il risultato espresso dagli elettori.

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È prevista anche un’ipotesi di ballottaggio, ma solo in una circostanza «residuale»: qualora «sia la prima che la seconda coalizione ottenessero entrambe tra il 35% e il 40% dei voti». Una clausola di salvaguardia che mira a evitare stalli e a garantire comunque un esito chiaro.

Candidato premier e listone di coalizione

Nel confronto tra i delegati della maggioranza – Giovanni Donzelli per Fratelli d’Italia, Roberto Calderoli e Andrea Paganella per la Lega, Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio per Forza Italia – è stato raggiunto l’accordo su un altro punto qualificante: l’obbligo di indicare nel programma di coalizione il «candidato» alla premiership «da proporre al presidente della Repubblica».

Una scelta che rafforza la trasparenza verso gli elettori, chiamati a conoscere in anticipo il nome che la coalizione intende indicare per la guida dell’esecutivo.

Altro elemento centrale è il cosiddetto listone di coalizione per l’elezione dei 70 deputati e dei 35 senatori eventualmente attribuiti con il premio di maggioranza. Il listone sarebbe suddiviso per circoscrizioni elettorali, così da mantenere un legame territoriale nella distribuzione dei seggi.

Se l’intesa dovesse tradursi in legge, la scheda elettorale non sarebbe molto diversa da quella attuale: comparirebbero i due o tre nomi individuati dalla coalizione per ciascuna circoscrizione, in sostituzione del candidato del collegio uninominale, con sotto le liste dei partiti collegati.

Preferenze e collegi plurinominali: i nodi da sciogliere

Resta ancora da definire il metodo di elezione dei parlamentari collegati alle liste di partito. La Lega sarebbe orientata verso un listino, mentre Fratelli d’Italia si mostrerebbe favorevole al ritorno delle preferenze, soluzione ritenuta più aderente alla volontà diretta degli elettori.

Tra le richieste avanzate dal partito della presidente del Consiglio vi sarebbe anche l’aumento dei collegi plurinominali di Camera e Senato: da 49 a una forbice compresa tra 58 e 60 per Montecitorio e da 26 a oltre trenta per Palazzo Madama. Un intervento tecnico volto a rendere più equilibrata la rappresentanza dopo la riduzione del numero dei parlamentari.

Nel complesso, la riforma si presenta come un tentativo di coniugare rappresentatività e governabilità, offrendo al sistema politico una cornice più stabile in un momento di ridefinizione degli assetti istituzionali, anche alla luce del referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici.

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