Non sarà perché fra un mese c’è il referendum sulla giustizia?
Non basta togliersi la maglietta per diventare super partes. Qualcuno è disposto a credere che sia un caso che Mattarella, pur essendone il presidente in 11 anni, non abbia mai partecipato alle sedute plenarie del Csm e stavolta abbia deciso di esserci?
E questo a un mese dal voto referendario; dopo aver sempre taciuto sulle tante «trasgressioni» alle leggi del governo da parte dei magistrati e – nonostante sia anche il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, oltre che il Capo dello Stato e quindi il primo cittadino d’Italia – sulle parole quantomeno irrispettose (indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere) rivolte dal procuratore di Napoli Gratteri a chi il 22 e 23 marzo voterà «sì». Per di più, nel pieno della polemica fra quest’ultimo e il ministro Nordio, proprio su queste parole. A mio avviso, assolutamente no!
La verità è che proprio in questo momento doveva farlo e nella maniera più evidente possibile, perché lo notassero anche i cittadini e per rassicurare i magistrati di essere sempre dalla loro parte e che possono contare su di lui. Tant’è che ha parlato, ma senza troppa enfasi, di rispetto fra le istituzioni, ma con più forza verso il Csm; però è scivolato sopra, come se non le avesse lette né sentite, le parole di Gratteri.
Una scelta – non troppo condivisibile – che ha fatto festeggiare i dem, come se avessero già vinto la partita del referendum. Sicché, ha dato un’altra passata di politica al referendum. Ma un sondaggio Tecnè per Del Debbio dà il «sì» ancora avanti di 10 punti. E se sarà confermato, a perdere sarà anche lui, Sua Maestà Mattarella.
Una ragione di più per votare sì: trasparenza e finanziatori
Ma forse sarebbe il caso di entrare nel merito di questa questione, cominciando a metterci un po’ di ironia e parafrasando una canzone di Ornella Vanoni degli anni ’70: perché se «c’è una ragione di più per dirti che vado via», ce n’è un’altra (anzi, forse più d’una) «per dirti che voto “sì”».
A cominciare dal diniego alla richiesta del ministero della Giustizia – in ossequio alla trasparenza – di rendere noto chi sono i finanziatori e in che misura hanno contribuito alla campagna elettorale del comitato del «no». Così come sono tenuti a fare i candidati di ogni elezione: dal consiglio comunale alla Regione, dalla Camera al Senato; eletti, non eletti, e anche se non hanno sostenuto spese.
Il comitato del «no» e i nodi su autonomia, sedi e rapporti con l’Anm
Il presidente dell’Anm Parodi – che del comitato del «no» è uno dei fondatori – ha risposto che, per ragioni di privacy, non è possibile aderire a tale richiesta perché sì, è stato promosso dall’associazione, ma è assolutamente autonomo. Facile a dirsi, difficile a dimostrarsi.
Intanto, non ha una sede ufficiale; è strutturato su tutto il territorio nazionale nei tribunali e, a Roma, è coinquilino dell’Anm nel palazzo della Cassazione; ha come presidente onorario il costituzionalista Grosso; i suoi dirigenti sono tutti magistrati, in attività o in pensione; alle riunioni del direttivo partecipa (ma, per carità, sia chiaro: non per motivi di controllo, bensì quale osservatore), senza diritto di voto, il responsabile comunicazione dell’associazione, il cui segretario Maruotti si è lasciato sfuggire che il sindacato lo ha finanziato e questo, da parte sua, ha ricambiato raccogliendo migliaia di contributi da cittadini che, entusiasticamente, hanno aderito di loro spontanea volontà.
C’è da sperare, almeno, che i responsabili del «ricevimento» si siano resi conto di che pasta siano fatti questi simpatizzanti così generosi ed entusiasti e che non avessero scheletri negli armadi di cui doversi liberare. Ovviamente, però – sempre per trasparenza – a mio avviso questa esigenza dovrebbe investire non solo i comitati del «no», ma anche quelli del «sì». In difesa di un interesse generale, qual è quello della riforma della giustizia che riguarda tutti, che male c’è a chiedere e ricevere un contributo dai cittadini stessi? Nessuno! Ciò che non va è che lo si faccia nascondendosi sotto il cappello della privacy.
I «noisti» e il tema delle prove a discarico
Probabilmente ve ne sarete resi conto anche da soli, senza avere alcuna necessità che qualcuno vi inviti a riflettere sulle tematiche che stanno tenendo banco nella campagna elettorale referendaria. Avrete, quindi, notato che i «noisti», quanto ad argomenti per avvalorare le proprie tesi, sembrano avere poche frecce al loro arco. Non fanno che ripetere sempre lo stesso ritornello, ovvero che con la riforma si vuole normalizzare la giustizia e mettere i pm al servizio della politica, e che la separazione delle carriere avrà come unica conseguenza che il pm non sarà più costretto a raccogliere le prove anche a favore dell’imputato. Per cui, solo i ricchi potranno difendersi avendo le disponibilità necessarie per pagarsi i migliori avvocati.
In verità, visti i quasi 1.000 errori giudiziari all’anno e i milioni di risarcimenti a carico dello Stato, e i tanti casi irrisolti, non sembra che finora di trovare le prove a discarico dell’imputato se ne siano interessati più di tanto. Ma c’è anche da dire che nessun «noista» ha provato a chiarire da dove queste certezze le abbia attinte. Nessun articolo della riforma ne prevede l’eliminazione e l’art. 358 del codice penale che le ribadisce nessuno lo ha neanche sfiorato.




