I «signorini» di Askatasuna aggrediscono un agente a martellate. Ma per la pace!

La premier Meloni in visita al poliziotto aggredito

Diciamola davvero tutta. Questo Paese, la stupenda Italia, quella che il sommo Dante definì «il Belpaese dove il dolce si suona», sta attraversando un periodo decisamente difficile, dal quale non si sa se e come riuscirà ad uscire.

Tornerà ad essere quello che era ai tempi del poeta o resterà quello che è diventato adesso, ovvero un Paese vittima di una sinistra senza ormai più alcun valore reale, che trasuda rabbia, diffonde odio, semina zizzania, perché convinta che solo così può vincere e rimettere le mani sul potere? Non è un caso che, nella speranza di ribaltare il risultato del voto referendario di marzo, abbia deciso di adagiarsi sulle bugie che racconta l’Anm e sulla possibilità di inquinare il voto degli italiani che votano all’estero.

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Ai lorsinistrati – nel vero senso della parola non interessano le questioni legate alla quotidianità della gente e i problemi che affliggono i cittadini, ma solo i propri interessi. Politici che, sotto la guida di una capa che di idee sembra averne davvero pochine e, per di più, confuse ed intrecciate, Schlein, si sono rimpiccioliti e sono diventati, come cantava Natalino Otto negli anni ’50: «piccini, piccini, picciò». Preoccupati soltanto degli interessi personali, della corsa alle poltrone da occupare e per niente – se non a chiacchiere e senza impegno – di quelli d’interesse comune che preoccupano i cittadini.

Piazze per la pace e violenza contro lo Stato

Al punto che sabato sono scesi in piazza per la pace, ma contro se stessi e l’intesa bilaterale che consente agli agenti Ice americani di venire in Italia con la delegazione Usa, in occasione delle prossime Olimpiadi di sci, dimenticando che quell’accordo fu ratificato nel 2014 da Renzi e Napolitano.

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Ma i «signorini» di Askatasuna a Torino hanno aggredito a martellate un poliziotto originario di Pescara al quale ieri mattina la premier Meloni ha portato personalmente la solidarietà propria e quella del Governo – «non erano scontri ma tentato omicidio» ha detto – solidarizzando anche con gli altri cento agenti feriti nel corso della «guerriglia», ma per la pace, degli estremisti, traverstiti da pacifisti. Di risulta, però!

La riforma della giustizia trasformata in scontro politico

E di aver trasformato una questione di primaria importanza – come il referendum sulla riforma della giustizia (che costa al Paese, secondo la relazione della Cassazione 27 milioni all’anno solo di ingiuste detenzioni, ma solo 4 magistrati all’anno, ne pagano le conseguenze) la separazione delle carriere fra i magistrati, il sorteggio per la nomina dei componenti del Csm e l’Alta Corte di giustizia disciplinare dei giudici – in uno scontro politico fra opposizione e maggioranza, per colpire ai fianchi il governo. Nella speranza di trarre un qualche vantaggio politico e soprattutto elettorale.

Infischiandosene se, così facendo, precarizzano vieppiù la situazione della sicurezza, perché qualsiasi cosa facciano sono sempre dalla parte dei magistrati purché si oppongano al Governo. Vedi i reiterati «no» ai trasferimenti degli immigrati irregolari nei Cpr in Albania; il contrasto a ogni decreto sicurezza, aprendo una continua caccia alle streghe contro le forze dell’ordine che, per difendersi e difendere i cittadini, sono costrette a sparare. Per toghe rosse e opposizione, insomma, chi attenta alla sicurezza del Paese non sono criminali, rapinatori e stupratori, ma i difensori della legge.

E senza parlare del giudice Bile («omen nomen») che ha salvato Ranucci, cancellando la multa per l’audio diffuso da «Report» dell’intercettazione della telefonata fra l’ex ministro Sangiuliano e la moglie perché, a suo dire, di interesse pubblico. Può darsi, ma solo se fosse stata preceduta dalla diffusione di quella delle decine di pagine di conversazioni fra Ranucci e Boccia, nelle quali i due si accordavano per gettare fango sull’ex ministro e sull’esecutivo.

La guerra interna al centrosinistra

Ma è giusto anche aggiungere che a tutto ciò fa da pendant un’altra guerra, quella fra Schlein e Conte per la leadership del campo(santo), soprattutto in prospettiva premiership per le politiche 2027, con la partecipazione interessatissima del leader della Cgil, Landini, che con la sua «rivolta sociale» ha trasformato l’Italia in un territorio di «guerra» politica, ma non per le faccende del Belpaese e dei suoi cittadini – sanità, sicurezza, istruzione, lavoro, ecc. – bensì per quelle degli altri: Gaza, Israele, Trump, pro pal, ecc. Come a dire, insomma: pretendono il voto alle elezioni e il «no» degli italiani al referendum di marzo, ma parlano d’altro e degli altri.

Intanto, il «gruppo dei 15» – toghe di Magistratura democratica in pensione, avvocati di sinistra e accademici di stanza dalla stessa parte – ha subito la seconda bocciatura dal Tar del Lazio, che ha messo la parola fine al loro tentativo di far spostare ad aprile la data del referendum sulla giustizia. Sicché è confermato che si voterà il 22 e 23 marzo. E poiché, come sostiene l’antica saggezza, non c’è due senza tre, nello stesso giorno del «no» del Tar Lazio sono arrivati anche i risultati di diversi sondaggi, tutti d’accordo sul fatto che a vincere sarà il «sì» con quasi il 60%, contro il 41 del «no». Sicché, dopo il tris, non resta che aspettare l’appuntamento marzolino per il poker.

E, infine, il clero, finge di non accorgersi che chiese e oratori si svuotano, solo per non doversi chiedere come mai le vocazioni si siano ridotte ai minimi termini e manchino i sacerdoti cui affidare le parrocchie, tant’è che sovente un unico sacerdote è chiamato a sovraintendere a più chiese. Non sarà perché la Cei, presieduta dal vescovo Zuppi, ha deciso che forse fare politica – spendendosi per la sinistra e impegnandosi per il «no» al referendum – sia più «divertente» che parlare ai fedeli di Nostro Signore, dei Santi e dei Beati? Chissà, ma tant’è!

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