Il sottosegretario denuncia la deriva dello scontro pubblico
Dalla sede della Corte d’Appello di Napoli arriva un richiamo alla responsabilità istituzionale nel confronto sulla riforma della giustizia. A formularlo è il sottosegretario Alfredo Mantovano, intervenuto all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2026, con un discorso incentrato sui toni e sulle modalità del dibattito pubblico che accompagna la riforma sulla separazione delle carriere.
Separazione delle carriere, il richiamo al confronto civile
«Vi chiedo se l’asprezza della contesa debba far scadere il dibattito al punto da evocare il rischio che, una volta approvata la riforma, anche in Italia ci saranno innocenti uccisi dalle forze di polizia come accade a Minneapolis». È uno dei passaggi con cui Mantovano denuncia quella che definisce una deriva dello scontro pubblico.
Nel suo intervento richiama anche «allarmi su presunte attività di spionaggio in danno dei magistrati italiani per un programma, risalente a sette anni fa, che ha sistemi di aggiornamento automatici, e fa adoperare la videocamera solo su impulso dell’interessato, come avviene per ogni collegamento web», fino ad arrivare, «per stare all’ultima perla», a chi sostiene «in modo incommentabile che la riforma compromette il contrasto alla criminalità mafiosa».
Secondo il sottosegretario, «di questa deriva è sempre più consapevole una parte significativa della magistratura che, in modo crescente e pubblico, se ne sta dissociando, nonostante gli ostracismi e le interdizioni».
Gli slogan e il testo sottoposto a referendum
Mantovano richiama l’appello formulato dalla presidente Covelli e insiste sulla necessità che il confronto resti ancorato al merito. «In una dinamica di dialettica civile, agli argomenti a favore della riforma dovrebbero opporsi quelli contrari: non slogan secondo cui con la riforma i giudici “dipenderanno dalla politica”, la giustizia sarà “controllata dal governo”, il “governo pretende l’impunità”».
Aggiunge che «sappiamo che non c’è un solo rigo nel testo sottoposto a referendum che va in tali direzioni» e osserva come «rilanciare questi slogan è particolarmente grave se a farlo è chi nella vita quotidiana rende giustizia nel caso concreto».
Ricorda quindi che «dopo il doppio esame del Parlamento, fra meno di due mesi gli italiani saranno chiamati al voto» ed esprime «rammarico» per il fatto che «quel costruttivo confronto fra le istituzioni che qui a Napoli, come in altri distretti in Italia, si attiva e conduce a risultati positivi, invece su questa riforma abbia conosciuto e conosca una sorta di black out, traducendosi in uno scontro acceso».
Pur senza entrare nel merito della riforma, «la cui attenta conoscenza in questa sede do per scontata», Mantovano richiama i «tre punti qualificanti»: «il completamento della separazione delle carriere fra giudici e pm con la costituzione dei due Csm; il sorteggio quale modalità per comporre questi ultimi; il conferimento dell’esercizio della giustizia disciplinare a un’Alta corte».
Referendum, sovranità popolare e attuazione della riforma
Il sottosegretario si interroga sulla radicalizzazione del confronto: «Mi chiedo se la diversità di opinione su ciascuno di questi tre punti debba spingersi al punto da demonizzare chi sostiene tesi opposte alle proprie, con slogan che perfino i social network, non sospettabili di vicinanza al governo, qualificano come fake e in qualche caso sono arrivati a rimuovere».
Nel richiamo alla legittimazione democratica sottolinea che «nel suo primo articolo la Costituzione conferisce la sovranità al popolo italiano» e chiede «perché non dovremmo tenerlo in considerazione quando, in occasione delle ultime elezioni politiche, il popolo italiano ha dato fiducia a un programma elettorale che conteneva questa riforma». «Non mi pare che la Costituzione dica che se assumo un impegno con gli elettori, e ne ricevo il consenso, poi devo disattendere l’impegno assunto», aggiunge.
La vittoria del sì
Guardando all’ipotesi di una vittoria del sì, Mantovano avverte che «si prospetta una complessa messa a terra, che avrà un peso quanto meno pari al contenuto della riforma». La legge attuativa dovrà disciplinare «un organismo nuovo, quale la Corte di giustizia disciplinare», oltre a «un organo che si rinnoverà sdoppiandosi, come il Csm», le «modalità di accesso», «i concorsi per l’ammissione alle funzioni requirente e giudicante», «la scuola di formazione», «i consigli giudiziari» e «tanto altro ancora».
Sul metodo, chiarisce che «il governo non ha la pretesa di proporre al Parlamento le norme attuative senza un confronto tecnico e di merito con la magistratura e con l’avvocatura», ricordando quanto sottolineato «ieri in Cassazione dal ministro della giustizia», con tempi tali da «permettere di costituire i nuovi Csm con le nuove regole».
Quanto all’esito del voto, sottolinea: «Il verdetto delle urne, qualunque sarà, andrà da tutti accolto con rispetto e soprattutto con serenità. Perché verrà da quel popolo italiano in nome del quale, in queste aule, tutti voi assicurate la giustizia».
Nel suo intervento ricorre anche a un’immagine simbolica per respingere letture apocalittiche del voto: «La Sacra Scrittura ammonisce a stare vigili perché non conosciamo “né il giorno né l’ora”. Dunque non vi è alcuna certezza che il 24 marzo dell’Anno Domini 2026 non si scateni l’Apocalisse. Quello di cui sono certo è che, se ciò si dovesse verificare, non sarà a causa della conferma referendaria della riforma della giustizia».




