Per i magistrati di Piazzale Clodio non rappresenta una minaccia
«Nessun profilo penale». È la conclusione a cui sono giunti i pm di Roma in merito al software installato nei 40 mila pc dell’amministrazione della giustizia e che secondo un’indagine della trasmissione Report potrebbe «spiare» – senza lasciare alcuna traccia – l’attività dei magistrati compresi i dipendenti non togati. Sulla vicenda, si apprende, a Piazzale Clodio nei mesi scorsi è stato avviato un fascicolo di indagine rimasto a modello 45, ossia senza indagati o ipotesi di reato. Un procedimento aperto dopo la trasmissione di una segnalazione da parte di altro ufficio giudiziario.
Dalle verifiche immediatamente disposte dagli inquirenti capitolini non sarebbero emersi profili di natura penale rilevanti in riferimento ad un rischio per la vulnerabilità del sistema informatico. Per chi indaga, in sostanza, il programma utilizzato in tutte le Procure d’Italia non rappresenterebbe una minaccia per la segretezza dei documenti presenti sui pc.
Sul caso potrebbe comunque muoversi il Csm. Sei consiglieri di Area, i togati Mimma Miele, Roberto Fontana, Andrea Mirenda e i laici Roberto Romboli, Michele Papa ed Ernesto Carbone hanno chiesto «l’apertura urgente» di una pratica per «verificare quali siano stati e siano i presidi di sicurezza adottati per scongiurare il rischio di accessi anonimi e illeciti alle postazioni di lavoro dei magistrati e del personale di cancelleria».
Il software sui pc delle Procure
Il programma informatico installato si chiama Ecm/Sccn (Endpoint Configuration Manager, System Center Configuration Manager) ed è prodotto della Microsoft. La stessa azienda in una nota ha sottolineato che il software ha «elevati requisiti di sicurezza» e che la «configurazione e la governance sono definite dalle organizzazioni clienti in linea con i propri obblighi legali e di sicurezza», con la gestione da remoto che «richiede privilegi specifici e le relative attività sono tracciabili». Il software è stato installato nel 2019 dai tecnici del dipartimento tecnologica del Ministero della Giustizia, all’epoca guidato dal grillino Alfonso Bonafede, su tutti i dispositivi presenti nelle Procure ma anche in tutti i Tribunali.
Bonafede: nessuno mi avvertì dell’installazione
«Non ho mai sentito parlare della questione del software Ecm, nulla mi è stato sottoposto. Il ministro ha una funzione di indirizzo politico-amministrativo e in questo caso siamo in presenza di una scelta molto tecnica», ha detto l’ex ministro della Giustizia, Alfonso Buonafede, intervistato da Report. «Se fosse emersa una problematica – aggiunge l’ex Guardasigilli – chiaramente avrei chiesto degli approfondimenti e in particolare in che modo viene minata la sicurezza dell’attività dell’amministrazione»




