Violenza giovanile, metal detector a scuola: necessari, ma non sufficienti

La sicurezza non passa solo dai controlli

I metal detector nelle scuole. Sì, sono d’accordo. Perché la sicurezza viene prima di tutto e perché non possiamo permetterci di voltare lo sguardo altrove. Ma fermarsi lì sarebbe un errore grave. Il metal detector può intercettare un’arma, non può intercettare il disagio. Può impedire un gesto estremo, ma non ricostruisce ciò che per anni abbiamo trascurato.

In molti Paesi europei queste misure restano eccezionali, perché prima si investe su prevenzione, educazione, sport, comunità. Da noi si arriva sempre quando il danno è già fatto, e si risponde con strumenti emergenziali. Non mi sorprende che siamo arrivati a questo punto: è il risultato di scelte miopi e di un progressivo disinteresse verso il mondo giovanile.

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La violenza, inoltre, non è solo quella che passa da un coltello. C’è una violenza silenziosa che vive dietro uno smartphone: parole, umiliazioni, isolamento. Una violenza che non sanguina, ma distrugge. Da qui nasce un fenomeno sempre più diffuso anche in Italia, l’hikikomori: ragazzi che si ritirano dalla vita sociale, smettono di uscire, di mangiare, di andare a scuola, chiudendosi per mesi o anni in una stanza. Le stime parlano di decine di migliaia di giovani coinvolti. È un’emergenza invisibile, ma devastante.

Investire nello sport

E allora sì ai metal detector, ma insieme a un investimento strutturale nello sport. Lo sport deve essere accessibile a tutti, in ogni sua forma, e deve aprirsi alle nuove esperienze: tornei, manifestazioni, eventi, confronti fuori dai confini regionali. Oggi, però, lo sport sta diventando selettivo. Le famiglie non riescono più a sostenere i costi e molte associazioni di base, veri presìdi sociali, sopravvivono a fatica.

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Le detrazioni per le sponsorizzazioni esistono già, ma sono insufficienti. Serve una legge ad hoc per lo sport di base che renda davvero conveniente investire nei giovani. Un esempio concreto: un’azienda che sponsorizza una società sportiva giovanile con 50.000 euro dovrebbe poter recuperare una quota significativa e forse anche maggiore come credito d’imposta. Quei soldi che lo Stato «perde defiscalizzandoli», li recupera ampiamente domani: perché non ha spezzato una giovane vita, perché non ha mandato un ragazzo in carcere con tutti i costi che ne consegueno, perché non ha dovuto sostenere per decenni le spese sanitarie di un giovane accoltellato con danni permanenti. È un investimento che produce risparmio sociale, sicurezza, futuro, società migliore.

I soldi investiti sui ragazzi non sono mai sprecati

E a questo va affiancata una maggiore accessibilità ai finanziamenti delle grandi fondazioni che hanno contribuito e contribuiscono a fare grande il nostro Paese, spesso troppo distanti dallo sport di base e dai territori più fragili.

Sarebbe bellissimo, e soprattutto giusto, vedere il Presidente del Consiglio, il Ministro dello Sport, quello dell’Economia assieme al presidente del CONI, seduti allo stesso tavolo, magari proprio a Napoli, per costruire e rendere concreta una proposta di legge per i nostri giovani. E sarebbe ancora più potente farlo in strada, a Caivano, lì dove da un centro sportivo può nascere non solo un progetto, ma un nuovo futuro. Perché la sicurezza non si garantisce solo controllando, ma scegliendo di credere, fino in fondo, in chi verrà dopo di noi.

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