Festa per la cosiddetta maggioranza Dem, ma i «dissidenti» non c’erano
A Montepulciano la cosiddetta maggioranza Dem si è concessa tre giorni di autocelebrazione. Come si dice a Napoli, «se la sono cantata e se la sono suonata». Sul palco hanno parlato di armonia, coesione, programmi condivisi e di un Pd finalmente in sintonia con il Paese. Ma mentre oggi la segretaria Elly Schlein invoca apertura, confronto e ascolto, la memoria recente del partito racconta ben altro: decisioni calate dall’alto, correnti in battaglia permanente e una gestione che contraddice ciò che viene proclamato.
Le promesse di Schlein e il partito che fa l’inverso
Durante l’appuntamento toscano, Schlein ha parlato di un partito «più unito e compatto che mai» e ha annunciato un «percorso programmatico su tutto il territorio nazionale» e ha ripetuto che non intende rinchiudersi «nelle stanze del partito». Vuole ascoltare mondi produttivi, professioni, scuola e cultura, con un approccio «umile». Tuttavia, queste dichiarazioni arrivano dopo settimane in cui il Pd ha dato prova dell’esatto contrario.
Il riferimento inevitabile è al recente caso Campania: una vicenda ancora aperta nelle reazioni e nelle divisioni interne, che oggi pesa come un macigno sui discorsi della segretaria. Proprio mentre oggi Schlein parla di partecipazione e confronto, è ancora fresco il ricordo della decisione presa a Roma senza consultare i dirigenti locali: consegnare la candidatura alla guida della Regione Campania a Roberto Fico, nome giudicato dagli stessi dem manifestamente inadatto a governare un territorio complesso. Un regalo ai 5 Stelle (che hanno ottenuto solo poco più del 9%) per difendere la narrazione dell’unità del cosiddetto «campo largo».
Contestualmente è stata assegnata la segreteria regionale a Piero De Luca, mossa percepita come un tentativo di mettere a tacere il governatore uscente Vincenzo De Luca, fortemente contrario alla candidatura di Fico. Tutto ciò continua a risuonare proprio oggi, mentre a Montepulciano la dirigenza ripete di voler evitare dinamiche verticistiche.
Il rito della maggioranza dem sotto il tendone
Sotto il tendone dei Giardini di Poggiofanti si è svolta la consueta liturgia: dichiarazioni solenni, appelli all’unità e un Pd che tenta di apparire compatto. Andrea Orlando ha insistito che la segretaria deve «utilizzare la forza del Pd». Nicola Zingaretti ha parlato della necessità di un «collettivo», mentre Roberto Speranza ha assicurato alla leader: «A te la guida, Elly. Questa comunità ti dice che noi ci siamo». Una sequenza che sembrava più una prova collettiva di incoraggiamento che la dimostrazione di una reale coesione.
La maggioranza ha anche accolto i neoulivisti di Anna Ascani e Marco Meloni, oltre alla presenza di Dario Nardella e Gianni Cuperlo. Per Schlein «una buona notizia», perché al congresso «avevano fatto scelte diverse». Un’affermazione che rende ancora più evidente quanto fragile sia il tentativo odierno di proiettare un’immagine di armonia.
Uno dei temi ricorrenti è stato l’obiettivo di proteggere la segretaria dalle «intemerate» di Giuseppe Conte e dai dirigenti dem che sognano ancora un «papa straniero». Michela Di Biase ha chiesto «un voto in assemblea per dire che Elly Schlein sarà l’unica candidata del Pd alle primarie di coalizione. Basta demolire il leader subito dopo averlo scelto». Chiara Braga ha ribadito che la segretaria «ha tutte le carte in regola» per guidare l’opposizione. Dichiarazioni che mostrano non fiducia, ma un timore persistente di un partito pronto a sconfessare la sua leader.
La concorrenza dei riformisti
La tre giorni è nata anche come contraccolpo all’iniziativa dei riformisti – Lorenzo Guerini, Pina Picierno, Giorgio Gori, Walter Verini, Filippo Sensi, Sandra Zampa, Simona Malpezzi, Graziano Delrio, Piero Fassino e altri – riunitisi a Milano il 24 ottobre per «ridare voce» a un’area sempre più inquieta. Non a caso, l’annuncio dell’evento toscano è arrivato proprio durante quel raduno, interpretato come tentativo di oscurare la controparte interna.
E mentre a Montepulciano si discuteva di lavoro, giustizia e industria, i riformisti tenevano un’altra giornata a Prato dedicata alla manifattura. L’ex sindaco Matteo Biffoni, escluso dalla giunta Giani e non nominato capogruppo in Regione, è stato indicato da un senatore della minoranza come vittima di una «ritorsione della maggioranza».
Il Pd continua a rincorrere sé stesso
Andrea Orlando, tirando le somme, ha invocato un nuovo punto di ripartenza, ricordando che il congresso «sembra vecchio di 25 anni» per via degli eventi globali intercorsi. Ma le grandi parole convivono con una constatazione evidente: mentre si annuncia una rivoluzione politica, il partito non riesce a risolvere i propri conflitti interni.
A metà dicembre, probabilmente il 14, si terrà l’assemblea nazionale. Dovrebbe segnare l’avvio dell’alternativa, almeno a parole. Perché nella realtà, oggi come ieri, le correnti restano distanti, le alleanze fragili e la fiducia verso la segretaria è più dichiarata che autentica. E l’appuntamento potrebbe rivelarsi, più che altro, una resa dei conti. L’unità, ancora una volta, è soltanto un manifesto appeso sopra una frattura che continua ad allargarsi.




