La sinistra e il Manifesto di Ventotene: sempre fermi al 1941

Ennesima sceneggiata e poi in pellegrinaggio sull’isola pontina

La solita sceneggiata. Come sempre, infatti, le comunicazioni della premier a Camera e Senato prima del Consiglio europeo si sono trasformate nella solita farsa, buona soltanto a perdere tempo, anziché lavorare. Ancora una volta, purtroppo le opposizioni hanno parlato d’altro, piuttosto che delle questioni all’ordine del giorno. Si sono presentati in aula stringendo fra le mani fogli di carta con discorsi «cotti e serviti» ancora prima di sentire cosa dicesse la Meloni sulla questione all’ordine del giorno ovvero la difesa comune e l’acquisto delle armi.

Sicché, a parte scaricarle addosso la solita fiumana d’odio mista a veleno e dare spettacolo per contestarle di aver in nome della libertà d’opinione – espresso il proprio condivisibile, ma non per loro, disaccordo con il «Manifesto di Ventotene» – non hanno detto altro di ciò di cui si doveva discutere. E sabato sono anche andati in pellegrinaggio sull’isola pontina. A spese di chi? Sempre degli italiani, come per la manifestazione di Roma per l’Europa?

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Un’Europa né carne né pesce

Chi mi segue sa bene cosa pensi sulla questione «Europa». Non sull’idea di Europa comunitaria, con la quale concordo bensì sull’attuale Unione Europea. Fatto è che, tuttora, non è né carne, né pesce. Priva di una Costituzione che statuisca diritti e doveri di persone e Istituzioni, poggia tutta la sua ragion d’essere su una sequela di trattati a partire da quello di Maastricht, del 1992, entrato in vigore a novembre 1993, che detta norme finanziarie, a parere personale, in maggioranza anche un tantinello superate e qualcuna andrebbe aggiornata.

In fondo, anche le regole che governano la finanza invecchiano e di tanto in tanto abbisognano di essere rinfrescate. Mentre queste, sono ferme al 1992 e, tranne qualche spruzzatina per rendere più respirabile l’aria che si respira nellEuroparlamento, non sono mai state rinnovate.

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Una burocrazia soffocante

Sicché il vecchio continente si ritrova vittima di una burocrazia che produce un costo annuo aggiuntivo di 154 miliardi di dollari e ostacola le aziende con normative incoerenti e restrittive. E se di unitarietà e solidarietà se ne vede poco, di spirito comunitario neanche l’ombra.

Anzi, a 84 anni da quando Spinelli e Rossi, con il saggio «Per un’Europa libera», meglio noto come «Manifesto di Ventotene» che, però – più che una federazione di Stati sovrani (che vorrebbero provare a costruire i conservatori) – proponeva un’Europa unita, ma intesa come sovrastruttura dominante (non molto diversa da quella attuale, che piace tanto alla sinistra, ma che non ha alcun rispetto per cittadini ed imprese) – che diede il via al dibattito sull’opportunità della sua istituzione.

Un’Unione di mancanze

E a 24 anni dalla sua nascita ufficiale di comune ha ben poco: non la Costituzione, non una politica fiscale, ma ben 27 (una per Paese); niente difesa comune, né gestione unitaria dei flussi immigratori e mi fermo qui, altrimenti ne verrebbe fuori un’enciclopedia di «mancanze» che i lettori conoscono benissimo.

Senza aggiungere che niente di quello che era stato promesso, a cominciare dalle rassicurazioni che un’Europa unita, avrebbe scongiurato il pericolo di nuove guerre e la moneta unica, ci avrebbe resi più forti e competitivi con i Paesi extracomunitari, si è realizzata. Anzi, l’ecoideologia del green deal ha distrutto migliaia di posti di lavoro, e non solo nell’automotive, anzi, nell’agricoltura, nella pesca, nell’alimentare.

Tra green deal e guerre

Piantando «semprebianchi» pannelli fotovoltaici nei territori agricoli e nel Mare del Nord e annunciandone altri in arrivo anche in Italia, che continuando a rovinare paesaggi e ambienti ci ha fatti tutti più poveri, l’immigrazione è esplosa e le guerre, a cominciare dall’aggressione russa all’Ucraina, l’acre odore della polvere da sparo ci arriva da tutte le parti.

Tant’è che si comincia a parlare della necessità di una difesa comune (ma, forse, saremo pronti fra 5 anni) e l’acquisto delle armi (ma solo la Germania ha le risorse per poterlo fare e c’è il rischio che in Europa ci sia un solo esercito nazionale, quello tedesco. Conviene?) . E non parliamo dell’immigrazione e della criminalità che non solo non si riescono a prevenire, ma neanche a combattere.

La sinistra e il passato che non passa

Per cui, nonostante la personale convinzione della giustezza e dell’importanza dell’idea Europa unita, relativamente a com’è stata realizzata e costruita, qualche perplessità è rimasta, anzi, si è rafforzata.

Perché la sinistra continua – nella logica del «Manifesto di Ventotene», che in uno dei suoi passaggi più significativi sostiene «La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria» – a chiedere la cessione di ulteriori fette di sovranità a questa Europa, fornendo, sempre nuovi mattoni alla costruzione di quella sovrastruttura dominante che tanto l’è cara.

Purtroppo, ancora ferma al 1941, fa di tutto perché il passato non passi, per poter continuare a usarlo a proprio uso e consumo, contro chiunque la pensi diversamente da lei. Di più, Schlein ha ricominciato col mantra della Meloni che non si dice «antifascista». Per dirla alla Mondaini: «Che noia, che barba, che barba, che noia»

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