Pino Daniele: la musica che non muore, oggi avrebbe compiuto 70 anni

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«Fatte ’na risata, ca passa tutto quanto»

Oggi, 19 marzo, ricordiamo con ammirazione e nostalgia la nascita di Pino Daniele, un uomo che ha saputo dare un’anima nuova alla musica italiana mescolando blues, rock e dialetto napoletano in un linguaggio unico e inconfondibile. Un uomo che se fosse ancora qui, probabilmente ci inviterebbe a sorridere, proprio come in una delle sue frasi più belle, perché la vita, tra dolori e poesia, è sempre stata al centro della sua musica.

Napoli, l’Italia e il mondo continuano a ricordare il suo talento, la sua voce graffiata e il suo tocco inconfondibile sulla chitarra. Pino Daniele nacque nel quartiere Porto di Napoli, in una famiglia numerosa e con difficoltà economiche. Trascorse i primi anni in un basso, ma successivamente si trasferì in piazza Santa Maria La Nova, dove due zie, Lia e Bianca, gli garantirono una casa più accogliente. Da bambino frequentò la scuola elementare all’istituto Oberdan, condividendo la classe con Enzo Gragnaniello. Già allora si distingueva per la sua innata passione per la musica.

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Da autodidatta, imparò a suonare la chitarra mentre studiava ragioneria all’Istituto Armando Diaz. Nel frattempo, l’eco dei movimenti di protesta del Sessantotto lasciava il segno sulla sua sensibilità, influenzando profondamente il suo percorso artistico futuro.

Gli esordi e la ricerca di un suono nuovo

L’esordio musicale arrivò con il complesso New Jet, ma il primo vero progetto importante fu quello della Batracomiomachia, un gruppo che includeva futuri protagonisti della scena musicale napoletana come Paolo Raffone, Rosario Jermano, Rino Zurzolo, Enzo Avitabile ed Enzo Ciervo. In quel periodo, in un piccolo spazio in Vico Fontanelle alla Sanità, Pino iniziò a sperimentare nuove sonorità, entrando in contatto con artisti come Corrado Rustici, Edoardo Bennato e il gruppo Osanna. Nel 1975 cominciò a suonare come sessionman, prima di dedicarsi completamente alla sua carriera da solista.

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Il suo album d’esordio, «Terra mia» del 1977, conteneva «Napule è», una canzone che è diventata simbolo della sua città, un inno di struggente bellezza e denuncia sociale. Da lì iniziò un percorso che lo portò a fondere in modo innovativo blues, rock, jazz e musica napoletana, dando vita a un genere musicale unico.

Il successo nazionale e internazionale

Negli anni ’80 ha raggiunto il successo nazionale e internazionale con album come «Pino Daniele» nel 1979, «Nero a metà» nel 1980, «Vai mò» nel 1981 e «Bella ’mbriana» nel 1982. Ha collaborato con artisti di fama mondiale come Eric Clapton, Pat Metheny, Chick Corea e Wayne Shorter, portando la sua musica oltre i confini italiani. Capolavori come «Je so’ pazzo», «Quando», «Yes I know my way», «Quanno chiove», «A me me piace ’o blues» e molti altri sono entrati nella storia della musica italiana.

La scomparsa di Pino Daniele e l’omaggio della città

Il 4 gennaio 2015, a soli 59 anni, Pino Daniele morì improvvisamente a causa di un infarto, lasciando un vuoto incolmabile nell’ambito musicale ma soprattutto nell’anima di Napoli. La sua scomparsa ha scatenato grande commozione in tutta Italia, con funerali celebrati a Roma e una grande cerimonia commemorativa a Napoli, dove una folla immensa si riunì per dargli l’ultimo saluto.

Proprio oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto 70 anni, un tributo speciale sarà reso con il grande concerto gratuito in Piazza del Gesù, intitolato «Je sto vicino a te Forever», un evento promosso dal fratello Nello Daniele e patrocinato dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli. A celebrare Pino Daniele sul palco di Piazza del Gesù ci saranno Mario Biondi, 99 Posse, Serena Autieri, Tullio De Piscopo, Michele Zarrillo, Gigi Finizio, Morgan, Francesco Baccini e molti altri. La serata sarà un viaggio attraverso la sua musica, con reinterpretazioni dei suoi più grandi successi.

Pino Daniele ha raccontato una Napoli lontana dalle immagini da cartolina. Ha ridato voce al borgo, al popolo e ha sdoganato il dialetto portandolo in classifica. Negli anni ’80, proprio come Massimo Troisi nel cinema, ha reso Napoli e la sua lingua un simbolo di modernità, ma lo ha fatto attraverso una rivoluzione autentica, senza autocommiserazione. Ha denunciato con fierezza i problemi della città, affrontandoli sempre a testa alta, senza mai rinunciare alla speranza. E forse è proprio questa la sua vera, grande rivoluzione.

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