Il sogno infranto dei boss di Cosa nostra: ricostruire la Cupola

Le cosche siciliane hanno stretto una partnership con la ‘ndrangheta

Fortemente legati alle antiche «regole», pieni di nostalgia per la Cosa nostra di un tempo a cui si sentono legati da un vincolo indissolubile, ma in grado di sfruttare le ultime tecnologie e il dark web per sfuggire alle intercettazioni e acquistare le armi. È una mafia con il passato nel cuore ma lo sguardo al futuro quella raccontata dall’ultima indagine della Dda di Palermo che ha portato in cella 181 tra padrini storici, gregari, estortori, favoreggiatori e narcotrafficanti.

Un colpo durissimo ai clan del capoluogo e a quelli della provincia – come sottolineato con soddisfazione anche dalla premier Giorgia Meloni – messo a segno al termine di sei diverse inchieste dei carabinieri. Col sogno nel cassetto di ripristinare la Cupola provinciale, obiettivo che, nel tempo, i clan hanno cercato di raggiungere e la necessità di reclutare affiliati affidabili visto lo scarso spessore dei nuovi quadri, i boss tornano a fare soldi col narcotraffico.

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Melillo: «Organizzazioni criminali miste»

«Grazie alla capacità di adattamento che la mafia ha sempre dimostrato – ha spiegato il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo nel corso di una conferenza stampa convocata per illustrare i particolari del blitz – le cosche hanno stretto una partnership forte con la ‘ndrangheta e con chi gestisce il commercio di droga, dando vita a organizzazioni criminali miste, lontane dagli antichi schemi, ma utili allo scopo».

Melillo ha anche lanciato l’allarme sulla permeabilità delle carceri parlando di «estrema debolezza del circuito penitenziario di alta sicurezza che dovrebbe contenere la pericolosità dei mafiosi che non sono al 41 bis» sottolineando «che il sistema di alta sicurezza è assoggettato al dominio della criminalità».

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L’indagine dell’Arma ha accertato infatti che ai boss detenuti venivano consegnati cellulari utilizzati per chiamare all’esterno. Dalla cella i padrini contattavano i familiari che li facevano parlare poi con gli uomini d’onore liberi, consentendo loro così di tenere summit mafiosi, di concordare strategie sul commercio della droga e anche di commissionare vendette e agguati. Come quello ordinato dal boss di Porta Nuova Calogero Lo Presti che, oltre a suggerire le modalità di un pestaggio, ha assistito al massacro della vittima designata, in diretta, grazie a una video-chiamata.

I cellulari criptati

Cosa nostra, inoltre, ha raccontato il procuratore aggiunto Marzia Sabella, disporrebbe di cellulari con software di ultima generazione per sfuggire alle intercettazioni. Gli investigatori hanno ascoltato il dialogo di due indagati che, quando si sono accorti del malfunzionamento dei loro dispositivi, hanno fatto ricorso a un altro apparecchio ugualmente criptato. Nel cercare di ripristinare il sistema e, quindi, di memorizzare i contatti riservati, hanno finito per rivelare i nominativi dei loro interlocutori dando involontariamente agli inquirenti indicazioni fondamentali.

Molti dei nomi indicati appartenevano ai vertici dei mandamenti di Tommaso Natale-San Lorenzo, di Santa Maria di Gesù e di Porta Nuova. Come Nunzio Serio, detenuto e reggente del mandamento mafioso di San Lorenzo-Tommaso Natale e il suo fedelissimo «colonnello» Francesco Stagno, il calabrese Emanuele Cosentino, referente nel traffico di droga, Tommaso Lo Presti, boss del clan di Porta Nuova («il Pacchione… ora fa quarant’anni di matrimonio» dicono di lui i due intercettati), Guglielmo Rubino, reggente di Santa Maria di Gesù («Guglielmo per noi si leva la vita», commentavano), Cristian Cinà, della famiglia di Borgo Vecchio («Cristian Borgo Vecchio», si sente nel dialogo), e Giuseppe Auteri, a quel tempo latitante.

Tra i soggetti inseriti nell’apparato criptato, c’era anche Angelo Barone, l’imprenditore che ha navigato Cosa nostra nell’era dei nuovi affari dei giochi online. Grazie a Barone, pronto a lasciare l’Italia avendo avuto una soffiata sul blitz imminente, le «famiglie» hanno fatto soldi a palate con le scommesse in rete. In una intercettazione l’indagato parla di incassi a sei zeri. Un settore, quello del gioco, da tempo al centro dei business di Cosa nostra che, comunque, non abbandona i vecchi affari come le estorsioni. Oltre 40 i taglieggiamenti accertati, mentre restano poche le denunce delle vittime.

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