Trump, De Luca e Meloni: il gioco della sinistra tra accuse e patentini antifascisti

E intanto Ranucci, Saviano, Scurati & c. si sono guadagnati l’immunità

Certo, il paragone fra il neo rieletto presidente Usa Trump e il governatore della Campania, De Luca, che (martedì, mentre gli Usa votavano il ritorno del primo alla Casa Bianca) otteneva dal consiglio regionale campano l’ok al terzo mandato, può sembrare irriverente. Ma non lo è. Non lo è, perché non di loro intendo parlare, bensì del comportamento dei dem nei loro confronti.

Non dimentichiamo infatti, che i principali avversari del secondo sono stati il Pd e la sua leader, Schlein, e per il primo i dem ovvero sempre la sinistra. È noto che questa, non dialoga ma aggredisce; non propone programmi, ma pretende che gli altri si adeguino ai suoi diktat; non discute con, e degli, avversari, ma li offende. Tant’è che se Trump è stato accusato di fascismo, De Luca si è visto incolpare di autoritarismo. Se «non è zuppa, quindi, è pan bagnato». E, dopo la decisione del consiglio regionale la «capa» del Nazareno, ha detto che «non sarà lui il suo candidato», perché «le regole vanno rispettate». Soprattutto se sono gli altri a doverlo fare, però!

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Personalmente non so, se – come ha scritto qualcuno – la «faida» sia un fatto di fede. Di certo, quella di Ranucci e «Report» contro il governo Meloni, l’ex ministro Sangiuliano, il suo successore, Giuli e FdI, più che di fede, è ideologica. In nome di share e partigianeria. Non solo del conduttore, e dei suoi collaboratori, bensì dell’intera opposizione. E il contributo di giornali, giornalisti, scrittori mainstream, intellettuali e presunti tali. Sfusi e a pacchetti.

La parte giusta

Per i quali, se non vince la parte giusta: la sinistra – offre di più e con maggiore continuità – non va bene. E considerando che da quando è nato (14 ottobre 2007) il Pd non ha mai vinto un’elezione e per soddisfare la sua fame di «governo» (meglio di potere) ha dovuto contentarsi di entrare in 4 governi tecnici nel senso di non eletti e nominati «per grazia ricevuta», da Napolitano prima e Mattarella, dopo: Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, 1 con il M5s (Conte 2) e 1 «ammucchiato», (Draghi), tutti dentro a eccezione di FdI. E quando dopo 10 anni, Mattarella ha ridato la parola agli elettori (settembre ‘22) ha vinto il centrodestra, a Palazzo Chigi è arrivata la Meloni, forte di un consenso, che a due anni dal giuramento è salito dal 28 al 46%. Quasi un italiano su 2 si fida di lei.

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Quindi, per aggirare l’ostacolo e tornare a Palazzo Chigi dovrebbero mandare la maggioranza gambe all’aria, con le buone (ma non ci sono alternative né numeriche, né per compattezza) o le cattive e, se occorre, anche per via giudiziaria e anche questo è abbastanza difficoltoso (oltre il 50% degli italiani non ha fiducia nei giudici e la Meloni non ha inchieste a suo carico). Lo riconoscono gli stessi magistrati.

L’immunità antifascista

Sicché per farlo era necessario istituire una sorta di immunità antifascista per difendere chi – per fare il loro gioco – doveva scendere in campo gridando al lupo al lupo, contro il rischio fascista, che non c’era, ma bisognava inventarlo, per delegittimare la destra. Ed è proprio quello che hanno fatto. Prima, hanno chiesto alla Meloni di proclamarsi antifascista, sapendo che, giustamente, non lo avrebbe fatto.

Non perché non lo sia, bensì perché lo aveva già fatto l’11 dicembre del ‘22, quando in un video diffuso da France Presse, aveva sostenuto che «il fascismo è finito e nessuno lo rimpiange. La destra italiana lo ha consegnato alla storia condannando senza ambiguità la soppressione della democrazia e le vergognose leggi contro gli ebrei».

Poiché, però, non gli interessava coglierlo, «lorsignori» hanno preferito fingere di non sentirla e continuano a chiederglielo – pur sapendo che non lo dirà – per consentire ai vari Scurati, Saviano, Valerio, Ranucci (pensate cosa succederebbe se qualcuno, in questo momento, osasse anche soltanto pensare di cancellare dal palinsesto Rai «Report») di perseverare nel sostenere che «è quel pervicace rifiuto a pronunciare quella parola che inquieta e minaccia la democrazia liberale». E Landini, dopo tanti fruscii, invoca la rivolta sociale. Lo avesse fatto il suo omologo dell’Ugl, Capone, sarebbe già agli arresti domiciliari. Per forza, lui non è di sinistra!

Insomma, o vince la sinistra o sono guai per tutti

Fatto è che, autoproclamarsi martiri di quel fantasma birichino del fascismo che seppure senza esserci – gli fa il sollecito, facendogli rischiare di «morire» (dal ridere, ovviamente) – gli serve a garantirsi quell’immunità antifascista, di cui prima.

Per essere sempre sulla scena, inattaccabili, intoccabili e inamovibili. Occupare Rai, radio e Tv private e fare comizi – lautamente retribuiti – contro la Meloni e riempire paginate di giornali di fake news contro il governo. Certo, non basta a vincere le elezioni, ma è sufficiente a creare problemi alla destra nell’azione di governo, per «narrare» che ha fallito. E continuare a illudersi che chi sa, prima o poi…

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