Ecco chi è Raffaele Amato: da rapinatir a re della droga

Prima della scissione era il braccio destro di Paolo Di Lauro. La faida dovuta alla gestione di Cosimo

Ecco chi è Raffaele Amato: prima della scissione, era il secondo uomo più potente del clan Di Lauro. L’unico che, per un periodo, ebbe autonomo potere decisionale sull’apertura (e la chiusura) di piazze di spaccio. Cocaina e hashish erano roba sua.

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Le amicizie coi trafficanti spagnoli e albanesi, il suo carisma, il suo prestigio personale e il credito quasi illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali, ne avevano fatto un intoccabile. Il braccio destro di Paolo Di Lauro. A tal punto ascoltato e tenuto in considerazione, da superare nella scala gerarchica della famiglia – lui che della famiglia non aveva il sangue – anche i figli del boss. Quelli che poi gli avrebbero fatto la guerra.

Gli inizi di Raffaele Amato e la «carriera» nei Di Lauro

I primi guai con la giustizia in giovanissima età; poi una carriera anonima in una banda di rapinatir. Fino a quando all’inizio degli anni Novanta, Lelluccio (noto anche come ‘O chiatt o ‘A vicchiarella) entra a far parte del gruppo dirigente di via Cupa dell’Arco, lui che – in quella strada – c’era nato e cresciuto. Allaccia fin da subito buoni rapporti con il capozona di Mugnano, che lo seguirà nella guerra del Golfo, e trova il primo acquirente importante in Peppe Scuotto, all’epoca braccio destro di Edoardo Contini.

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Da Secondigliano – raccontano alcuni pentiti – partivano carichi di stupefacenti, nascosti nei camion della nettezza urbana destinati alle piazze del Vasto e dell’Arenaccia. A Mugnano Raffaele Amato presenziò alle fasi di scarico di due quintali di hashish proveniente dalla Spagna. Poi la rottura. Il braccio destro di Ciruzzo ’o milionario diventò il cervello dei ribelli. Fin qui la storia come ricostruita dai collaboratori di giustizia, con le dichiarazioni che si sovrappongono e collimano quasi alla perfezione.

Siamo nel 2004 e il sistema di Secondigliano è piegato alla dittatura del primogenito del padrino, Cosimo Di Lauro. Ma la discesa di Amato nella holding si è verificata ben prima, precisamente il 27 gennaio 2001 quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del gruppo e a un grosso trafficante albanese, che si faceva aiutare per concludere gli affari da un interprete, il nipote di un ministro di Tirana.

Negli atti non ufficiali della procura si dirà che era lì per concordare il prezzo di una partita di droga. E la sua puntata era di trecento chili. Amato resterà in cella sedici giorni e sarà scarcerato dal Riesame per mancanza di gravi indizi. Ma addosso si porta ormai la puzza degli sbirri.

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Raffaele Amato, la fuga in Spagna e i rapporti coi Capitoni

La decisione di Paolo Di Lauro è automatica, anche se difficile. Il ritiro in Spagna dell’ex consigliori è quasi istantaneo. E dal regno della Catalogna Amato riprende a costruire una fitta rete di alleanze e connivenze. A Napoli, intanto, è scoppiata la faida. L’ex padrino di Miano, Salvatore Lo Russo, da anni collaboratore di giustizia, ha ricostruito le fasi del patto criminale tra i Capitoni e gli scissionisti. Un patto che risale al periodo della sanguinosa guerra con i Di Lauro.

«Quando è cominciata la faida io ebbi i primi contatti con questi qua per cercare di fare questa pace… Amato ancora lo dovevano arrestare. E il cognato, Cesarino, e tutti i compagni che stavano là, mi dicevano sempre “se non parliamo con Lello non vi possiamo dare nessuna risposta”». La sua proposta di tregua, però, fu respinta dallo stesso Raffaele Amato che, spiegò il pentito, per l’occasione fu raggiunto in Spagna da un emissario incaricato di sottoporgliela.

Tuttavia, ha ricordato l’ex ras di Miano, oltre al rifiuto, Amato «si mise anche a disposizione qualora avesse avuto bisogno di droga o armi». «A me non interessano questi discorsi io sto qua per la pace, i discorsi ‘commerciali’ non mi interessano proprio» aggiunse Lo Russo. A fargli cambiare idea, però, sarebbe stato il nipote, Raffaele Perfetto, anche lui in contatto con i vertici degli Amato-Pagano e molto più propenso ad accettare le loro offerte. Il primo carico, ha ricordato, fu di 20 chili di cocaina.

«Mi feci convincere e dissi “fattelo portare”. E all’epoca cominciai il discorso della droga con Lello e questi qua ci mandavano sempre i 20 chili, i 40 chili, i 50 chili… nel frattempo io entrai sempre più in confidenza con loro per cercare questa pace». L’intensificarsi dei rapporti tra i capi delle due organizzazioni ebbe delle conseguenze non soltanto sulla faida con i Di Lauro ma sull’intero scacchiere criminale della zona.

La rivalità con i Licciardi

Lo Russo, infatti, riferì di aver chiesto ai capi degli scissionisti, di non rifornire più i rivali della famiglia Licciardi. Il motivo, spiegò, è che la cosca della Masseria Cardone riforniva anche piazze di spaccio che erano nel territorio dei Lo Russo e questo creava problemi tra i due clan.

Fu proprio per arginare la minaccia dei Licciardi che Lo Russo decise di schierarsi apertamente con gli Amato-Pagano. Il pentito riferì di un ‘summit’ al quale avrebbero partecipato emissari della Masseria Cardone e degli Amato-Pagano. In quell’occasione, i Licciardi avrebbero chiesto agli scissionisti di far incontrare Vincenzo Licciardi con Cesare Pagano. Incontro che, secondo Lo Russo, avrebbe potuto portare a un’alleanza tra le due cosche. Per questo decise di schierarsi apertamente con gli scissionisti e, anzi, per cementare l’intesa chiese che Cesare Pagano facesse da compare di nozze a suo figlio

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