Può nascere un partito “identitario” alla destra di Fratelli d’Italia?

Presto per dirlo, ma tutt’altro che fantasioso immaginarlo, dopo le polemiche per il libro del generale Vannacci

Come si lega il “caso Vannacci” alle linguacciute diatribe che si intensificano giorno dopo giorno nel centrodestra e che rischiano, con la complicità di agenti esterni, di destra-destra, di far saltare l’ambizioso progetto di unificazione delle forze che intendono vincere, con l’ausilio di analoghi soggetti stranieri, la partita dell’identità?

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Nascerà il partito “identitario” alla destra di Fratelli d’Italia, come in molti ipotizzano? È presto per dirlo, ma tutt’altro che fantasioso immaginarlo. Il “caso Vannacci” ha messo le ali a quanti si sono opposti, nell’aggregazione meloniana e fuori di essa, tra simpatizzanti e “radicali”, alle disposizioni emanate dal ministro della Difesa Guido Crosetto contro il generale di divisione, pluridecorato e fino all’uscita del suo libro stimato dagli alti gradi delle Forze Armate oltre che dalle istituzioni governative.

Il problema che si pone non è di poco momento se alcuni dei colonnelli di Meloni si sono scagliati contro Crosetto attestandosi sulle posizioni del militare il quale ha avuto il solo “torto” di dire la sua sul permissivismo dilagante, senza sfiorare minimamente questioni di carattere militare. E se il suo pensiero è arrivato al cuore della destra di FdI è del tutto naturale, mentre innaturale sarebbe stato se la condanna si fosse espressa unanimemente.

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L’identità di un movimento politico di destra si misura sui valori che esso sostiene, piuttosto che sulle abborracciate politiche governative che possono mutare indirizzo a seconda delle circostanze e delle alleanze. E dal momento che FdI ha puntato tutte le sue carte su una “rivoluzione culturale” di stampo conservatrice, è stato fin troppo facile etichettare le “uscite” del generale coerenti con una destra che ha deciso di saltare il fosso senza farsi intimorire, per quanto il silenzio al riguardo nel partito sia dominante.

L’assalto culturale a cui sembra essersi votato il partito di Meloni, e l’attivismo non solo del ministro Gennaro Sangiuliano lo conferma, è nel senso di una “grande politica” tesa a smantellare il politically correct, le tendenze iperprogressiste, la cancel culture, gli approdi woke. Se tutto questo si arresta davanti alle considerazioni politico-culturali di un alto ufficiale che scrive le stesse cose sulle quali si attestano i sostenitori dell’identità, vuol dire che c’è qualcosa di distorto nel partito che aveva fino a qualche tempo fa agitato quei temi e su di essi si era costruita una sorta di fortezza culturale.

Insomma, le sponde “moderate” e “neo-centriste” che sembrano da qualche tempo modulare la politica destrista di FdI potrebbero creare scompensi notevoli anche in vista delle elezioni europee. Non è un segreto che Meloni rifiutando ogni tipo di relazione con il Rassemblement di Marine Le Pen e con il movimento tedesco Alternative für Deutschland, di chiara ispirazione nazional-conservatrice, entrambi alleati di Matteo Salvini, mostra di spostarsi sempre più nell’orbita del Partito Popolare europeo perdendo quelle caratteristiche identitarie, appunto, che ne hanno sancito il successo.

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Si dirà che non è possibile una prospettiva del genere. Eppure c’è chi lavora, in primis la Lega, perché FdI non si leghi mani e piedi, attraverso l’atlantismo più estremo e l’europeismo acritico, ad un universo politico post-democristiano proprio al fine di salvaguardare non solo l’integrità ideologica del centrodestra (Forza Italia esclusa), ma che costruisca un’alternativa al centrismo che si prefigge di battere i socialisti alle europee.

Salvini non è solo. L’attivismo, nello stesso senso del leader leghista, di un Gianni Alemanno per esempio, potrebbe dare un colpo non indifferente ai meloniani proprio puntando, come sembra fare (così almeno ci pare di capire leggendo il documento redatto ad Orvieto qualche settimana fa), sull’identitarismo nazional-conservatore europeo quale idea-forza per determinare scostamenti anche minimi, ma tuttavia “pericolosi”, da derive moderate.

Ecco come si lega il “caso Vannacci” che sta suscitando un vero terremoto editoriale, culturale e politico, alle linguacciute diatribe che si intensificano giorno dopo giorno nel centrodestra che rischiano, con la complicità di agenti esterni, di destra-destra, di far saltare l’ambizioso progetto di unificazione delle forze che intendono vincere, con l’ausilio di analoghi soggetti stranieri, la partita dell’identità contro lo scetticismo di chi immagina vittoriose campagne elettorali tenendosi aggrappati all’euro-atlantismo da un lato e dall’altro ad apparire in casa convinti che la continuità della leadership passi attraverso assolate pianure e non boschive riserve dove si annidano quanti puntano, con scarse prospettive al momento, a lanciare contro gli identitari tutto il ciarpame di sinistra che costituisce l’armamentario di cui dispongono.

Se non è credibile che il centrodestra possa sfasciarsi a causa di incomprensioni interne e posto che nessuno possa insidiare il primato di Meloni, è tuttavia ipotizzabile che i continui rilanci nella coalizione e le perenni diatribe che l’animano, possano mettere in discussione un progetto che soltanto sull’identità si regge e sul ritrovato senso di una comunità politica può avere un senso. Questo è il pericolo che la destra corre. Se non si lo si capisce, allora il rischio dello smottamento può divenire concreto: reggere cinque anni nel clima che si è creato è, in effetti, un’impresa titanica.

Gennaro Malgieri
Già parlamentare
e direttore del ‘Secolo d’Italia’

Setaro

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