Sinistra ipocrita, a caccia di voti dopo aver cancellato i diritti sociali e ora parla di salario minimo

Meglio agganciare la contrattazione collettiva all’effettiva rappresentanza delle organizzazioni firmatarie dei contratti comprese Cgil, Cisl e Uil

Diversi studi hanno dimostrato che in Italia almeno un quarto dei lavoratori in attività hanno una retribuzione molto bassa e vive in una condizione di sostanziale indigenza grazie anche ad una massiccia erosione del potere di acquisto dei salari. La sinistra e l’opposizione al Governo Meloni, sempre alla ricerca di temi che possano diventare terreno di scontro, hanno issato il vessillo del salario minimo da fissare in 9 euro lorde all’ora e l’hanno fatta diventare la madre di tutte le battaglie per recuperare nei confronti di certo elettorato.

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Francamente diventa difficile rendere credibile una proposta quando essa giunge dagli stessi che hanno cancellato dalla propria agenda i diritti sociali, che negli anni hanno smantellato lo Statuto dei Lavoratori con il continuo inserimento di elementi di flessibilità contrattuali, che hanno abolito l’articolo 18 con l’approvazione del Jobs Act nel 2015 introducendo i voucher, i contratti a progetto, il lavoro interinale ecc. ecc.

Il nuovo totem della propaganda della sinistra è quindi, ora, il salario minimo, sbandierato come l’unico strumento capace di contrastare i contratti atipici presenti oggi nel mercato del lavoro italiano e garantendo specifiche tutele salariali. Un livello di retribuzione fissato per legge, quindi, secondo i proponenti, farebbe uscire specifiche categorie di lavoratori dalle condizioni di povertà.

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Le organizzazioni sindacali

In Italia vige un mercato del lavoro che si regge su un sistema di contrattazione collettiva, la possibilità, cioè, di stipulare un accordo tra il datore di lavoro e le organizzazioni dei lavoratori, per stabilire il trattamento minimo garantito e le condizioni di lavoro alle quali dovranno conformarsi i singoli contratti individuali stipulati sul territorio nazionale.

Ne consegue che se la sinistra ritiene che per garantire condizioni dignitose a tutti i lavoratori occorra fissare per legge il livello di retribuzione di ogni singolo lavoratore implicitamente sta dicendo che i sindacati, compreso CGIL, CISL e UIL, non sono in grado di svolgere il loro lavoro ottenendo per i propri iscritti quelle condizioni minime che agganciate alla qualità e quantità dell’opera prestata poi determinano i salari.

Il Governo Meloni si è già detto sfavorevole rispetto all’introduzione di questa misura perché ha scelto di puntare sulla implementazione ulteriore della contrattazione collettiva mettendo sul tavolo la diminuzione del carico fiscale che consente anche di aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori rimettendo in moto l’economia reale.

Una strategia diversa che sta già dando i suoi frutti dal momento che, grazie al taglio del cuneo fiscale voluto dal governo Meloni con l’approvazione del decreto Lavoro, consentirà a molti lavoratori dipendenti di avere uno stipendio più alto già a partire da luglio.

I contratti pirata

Il governo, inoltre, ha già dichiarato di voler intervenire per contrastare il diffondersi dei contratti pirata, quei contratti collettivi, cioè, sottoscritti da sindacati minoritari e associazioni imprenditoriali poco rappresentativi delle parti sociali che in genere prevedono condizioni normative ed economiche inferiori rispetto a quelli siglati dai sindacati confederali.

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L’applicazione di contratti pirata, che vanno sempre più diffondendosi, comporta per i lavoratori una perdita sia a livello retributivo sia sul piano dei diritti e rappresentano un elemento capace di alterare il mercato e creare condizioni di vantaggio per quelle aziende che vi fanno ricorso potendo fare leva su una determinazione complessiva del costo del lavoro nettamente inferiore. Basterebbe che il governo attuasse una riforma della contrattazione collettiva, puntando sulla effettiva rappresentanza delle organizzazioni firmatarie dei contratti, ed escludendo dalla possibilità di partecipare agli appalti pubblici tutte quelle aziende che applicano contratti pirata per porre un freno a questo fenomeno.

Più ispettori del lavoro

Bisognerebbe, poi, a garanzia e tutela dei lavoratori, intervenire sull’organico dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro che oggi è del tutto insufficiente e che, invece, andrebbe incrementato dal governo facendo ricorso ad un piano straordinario di assunzioni.

Oggi l’ispettorato ha un ruolo fondamentale che è quello di verificare il rispetto delle norme in materia di lavoro e, inoltre, con il decreto 215/2021 ha avuto assegnato ulteriori competenze, prima riservate esclusivamente alle ASL, per svolgere un ruolo di coordinamento di tutti gli enti chiamati a vigilare sulla sicurezza sul lavoro.

In un paese dove la contrattazione collettiva risulta essere superiore all’80% (fonte: Inapp), sembra davvero pretestuosa la rivendicazione di un salario minimo che interesserebbe una parte limitata dei lavoratori e non aiuterebbe certo a diminuire il divario e le diseguaglianze sociali. Trovo molto più interessante il discorso che punta a rafforzare i contratti collettivi nazionali, evitando di fissare al ribasso il costo del lavoro, ed anche la introduzione del metodo della partecipazione alla gestione delle imprese che miri a promuovere il merito dei lavoratori che contribuiscono alla crescita di una azienda.

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