Ratifica del MES, il governo non si fida e fa bene

La patata bollente è passata alla Meloni da quel Conte che nel 2020 l’ha cucinata ed oggi la ritiene indigesta

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è stato soprannominato, con eccesso di ottimismo e per renderlo più facilmente accettabile da parte di un’opinione pubblica distratta e poco informata, «Fondo salva Stati». In realtà, si è rivelato un «Fondo salva banche», che meglio sarebbe definire «Fondo ammazza Stati».

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Ne è prova inconfutabile la drammatica esperienza della Grecia, che ha accettato gli «aiuti» europei con conseguente distruzione dello stato sociale, raffiche di licenziamenti nel pubblico e nel privato, abbattimento fino al 40% delle pensioni e degli stipendi, svendita dei beni pubblici (porti aeroporti ecc.) a vantaggio di acquirenti stranieri, per finire in triste miseria.

Proprio in Grecia, i fondi erogati negli anni della crisi, dal 2009 al 2018, dagli strumenti europei precursori del Mes e dal Mes stesso, nato nel 2012, hanno raggiunto i 341 miliardi di euro, che però, anziché andare allo Stato greco per risanarne i debiti, sono andati per il 95% alle banche, in particolare a quelle tedesche e francesi, per non farle fallire.

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Anche l’Italia ha partecipato al risanamento bancario greco, spacciato per il salvataggio della Grecia e della sua economia, con circa 40 miliardi nonostante le proprie banche avessero un’esposizione di soli 10 miliardi. Un salasso di cui i contribuenti italiani non si sono resi conto, anche se ormai risulta evidente, alla luce delle esperienze maturate, che i soldi si devono trovare sempre per le priorità dell’Unione Europea: Banche, Big Pharma e lobby delle armi.

Quando si parla di Mes è d’obbligo aggiungere che tutti gli Stati dichiarano di non volerne fare uso, in caso di necessità, ma aggiungono, con scarso senso della logica, che la sua riforma va approvata lo stesso perché poco cambierebbe rispetto alla forma originaria, facendo finta di non vederne il cambiamento in peggio: ad esempio, dai super poteri affidati al direttore generale, che diventerebbe un Commissario sovranazionale; all’esplicito riferimento ad un fondo ad hoc per il salvataggio delle banche, ovviamente con soldi dei contribuenti e sottintendendo un implicito favore al sistema bancario tedesco recentemente entrato in crisi; all’ingerenza non richiesta nei bilanci degli Stati, per vagliarne la «sostenibilità» e per potere agire come un’agenzia di rating che subordina alle proprie valutazioni il destino economico degli Stati.

L’Italia, in quest’ultimo caso, potrebbe essere la vittima prescelta per spolparla dei suoi beni pubblici e privati, che sono di gran lunga superiori a quelli della Grecia e molto più appetibili. Per non parlare di un sostanziale inasprimento delle «condizionalità», poste a base di un eventuale «salvataggio».

Superando il senso del ridicolo, in buona sostanza potranno essere aiutati «in via precauzionale», quegli Stati che non presentino «squilibri macroeconomici», cioè quelli che, in fondo in fondo, non se la passano male. Per gli altri, già falliti o in via di fallimento, saranno lacrime e sangue e bisognerà che consegnino ai «salvatori» non solo le chiavi della macchina (che andrà avanti con il «pilota automatico» tanto caro a Mario Draghi al tempo della sua guida al volante della BCE) ma persino le chiavi del magazzino e della dispensa. Insomma, rimarranno (forse) solo gli occhi per piangere. Adesso viene chiesto al governo italiano di ratificare la riforma del Mes che presto dovrà essere discussa in parlamento.

Fin qui, Giorgia Meloni ha preso tempo ed ha più volte espresso le perplessità sue e della sua maggioranza, non a caso anche il parlamento è intervenuto con una mozione approvata dalla Camera il 30 novembre 2022, a firma Foti (FdI), Molinari (Lega) ed altri, che ha impegnato il Governo «a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del Trattato istitutivo del MES alla luce dello stato dell’arte della procedura di ratifica in altri Stati membri e della relativa incidenza sull’evoluzione del quadro regolatorio europeo».

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Gli altri Stati hanno già approvato la riforma, all’appello manca solo l’Italia, che fa bene a resistere anche se non ha ancora esplicitato un no secco, che manderebbe tutto a gambe all’aria con buona pace delle incontenibili pulsioni usuraie dell’Unione Europea.

La prudenza è dettata dal tentativo della Meloni di porre sul tavolo delle trattative la revisione del Patto di Stabilità, meccanismo finalizzato al contenimento del debito pubblico e che, invece, si è trasformato in uno strumento di tortura, incapace di raggiungere lo scopo, ma molto efficace nell’imporre austerità e declino economico. Si pensi all’infausto governo Monti.

Anche il nuovo Patto non promette bene e non potrà che essere un «Altro cadavere eccellente da seppellire al più presto», secondo l’efficace definizione dell’economista Guido Salerno Aletta.

Tornando al MES, non si può trascurare il fatto che i guai vengono da lontano.

Già nel 2011 uno dei relatori nel parlamento europeo è stato Roberto Gualtieri del Pd, che poi sarebbe diventato ministro dell’Economia nel Governo Conte II (M5S-Pd) e successivamente sindaco di Roma. Fu proprio lui che, in veste di ministro, portò avanti le trattative nell’Eurogruppo fino a raggiungere l’accordo e ignorando del tutto la volontà della sua maggioranza di governo che, con una risoluzione presentata alla Camera, a firma Molinari (Lega) D’Uva (M5S) del 19 giugno 2019, impegnava il Governo «a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale».

Inoltre, il Governo avrebbe dovuto «render note alle Camere le proposte di modifica al trattato MES» e «sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Niente di tutto questo si è verificato ed al Consiglio europeo del 10 dicembre 2020, Conte, incomprensibilmente e sconsideratamente appose la firma sul testo venuto fuori dalle dubbie trattative di Gualtieri. Lo stesso Conte oggi si accanisce contro il governo di centrodestra e definisce «una trappola» la riforma da lui sottoscritta.

In sostanza la patata bollente è passata alla Meloni da chi prima l’ha cucinata ed oggi la ritiene indigesta. C’è da sperare che la resistenza del governo, definita da Romano Prodi come «un ricattino», possa tradursi in un maggior peso contrattuale dell’Italia, che è sempre il terzo maggior contributore dell’enorme baraccone che va sotto il nome di Unione Europea e che non può essere considerata l’ultima ruota del carro.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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