Il disfacimento dell’opinione pubblica a cui la Costituzione affidò lo scettro del potere

Si giudica per presunzione, per appartenenze, per tifoserie, per partito preso

In quanto singoli con l’esposizione dei nostri punti di vista apparteniamo e formiamo la cosiddetta opinione pubblica, ossia quella che poi costituisce la pletora di considerazioni critiche che sottopongono i poteri a percezioni e giudizi molto esemplificati e spesso capaci solo di brutalizzare e/o banalizzare i concetti.

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Così essendo ed accadendo rimaniamo ancora quel popolo a cui appartiene, per locuzione contenuta nella nostra Carta costituzionale, lo scettro del comando, ma che non sa comandare se non criticare. Traduco in chiarezza e purezza il punto di vista: ossia nonostante le facili critiche in materia economica, giuridica, o anche calcistica tuttavia tale punto di vista non risulta essere accompagnato da necessaria adeguatezza e competenza.

Spesso, infatti, chi critica non ha appropriato sapere né teorico, né pratico. E questi si perita di ipotizzare soluzioni previa esposizione di lamentazioni infinite. Si parla spesso, si critica e si giudica senza avere il ben minimo ragguaglio tecnico, nessuno studio in materia specialistica. Eppure tutti diveniamo, in questi casi, esperti in tutto senza la necessaria preparazione. Così, da tuttologi, si va avanti senza studio ed in maniera semplice e con tanta faciloneria.

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In questi casi si forma l’opinione diffusa che i governanti in talune ipotesi siano bravissimi come Draghi senza aver ottenuto alcun effettivo risultato, mentre siano ritenuti corrotti, come Berlusconi, che tra l’altro è uscito assolto da decine di processi, soggetti che non meritano queste accuse. Questo rappresenta il corto-circuito di uno strumento, la costruita opinione pubblica, che ha ben poco di libero, approfondito e ipoteticamente risolutivo.

Opinioni espresse condizionate

Spesso infatti le opinioni espresse sono condizionate da conflitti d’interessi diretti, da motivazioni politiche particolari, da partigianerie che rendono le opinioni frutto esclusivo di una sorta di riflesso pavloviano ovverosia inteso come risposta che il soggetto dà alla presentazione di uno stimolo condizionante. Si ricordino nel frangente gli esempi dei cani e di come avviene il loro ammaestramento oppure della teoria della rana bollita, che non sente più le criticità perché abituata ad assimilare il tutto a prescindere.

In questi casi siamo lo specchio di un deficit di sapere e soprattutto di libertà di pensiero, perché si è senza studio, né conoscenza ovvero senza adeguato filtro critico. Questo è il tratto peggiore che rende possibile esprimere, senza alcun timore di sbagliare, parole in libertà senza elementi di verità e verificabilità. Insomma di frequente accade che si giudichi per presunzione, di essere pro o contro qualcuno o qualcosa per appartenenze, per tifoserie, per partito preso.

Questo perché il tessuto culturale di cui si pasce l’opinione pubblica è il luogo comune, l’ovvio che diviene verità mentre spesso non lo è, se non per il fatto che intercetta una vulgata senza arte, nè preparazione, nè senso effettivamente critico su quanto accade intorno nella discussione pubblica, in politica come nello sport. Così accusiamo gli altri di insipienza quando invece si tratterebbe di imputarci letture fin troppo parziali e conclusioni quasi sempre, se non approfondite, del tutto sbagliate.

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Dedicare più tempo allo studio

Ebbene senza alcuno strumento, di cognizione e di analisi, si farebbe bene a tacere e dedicare più tempo allo studio, sì da permettere alle opinioni che esprimiamo, quando e se le esprimiamo, di assumere un fondamento plausibile perché costruite con le dovute preliminari ricerche. Oggi ad esempio quando la Meloni addita le ONG come responsabili di traffici che poggiano le loro attività sullo sfruttamento di capitale umano per alterare gli equilibri del mercato del lavoro.

Di contro verifichiamo proprio oggi dalle notizie di stampa che vari ex parlamentari europei della sinistra à la page come Panzeri (ex cgil) viene accusato come imputato di corruzione nella sua attività lobbistica a tutela delle ONG. Per cui anche in questa occasione si travisa una dimensione europea che si fa ribalta per traffico di influenze per affari, ben remunerate nelle loro intermediazioni, a tutto danno della trasparenza, delle comunità dei singoli stati e soprattutto senza soddisfare quel bisogno di onestà.

Eppure qualcuno ancora immagina che le ONG operavano ed operano solo a fin di bene. Invece si scopre che queste organizzazioni internazionali operano solo per affari entrando in un contesto per fini e strategie geopolitiche a discapito dell’umana verità e del principio di realtà.

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