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Qatar, autentica capitale del calcio moderno: tutta moneta e poco pallone

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Soltanto pochi decenni fa questa Montecarlo delle sabbie era soltanto una lunga costa desertica

A proposito dei minareti, qualcuno ha detto che sembrano missili che non decollano mai: in Qatar invece decollano come dalle sabbie di un Luna Park futurista, a metà tra parco di attrazioni e istituto bancario dove prolificano solo biglietti verdi. E se l’equazione socialista era stata i soviet più l’elettricità, nel Qatar è diventata la charia più l’aria condizionata: fino a 50 gradi d’estate, un solarium gigantesco più vicino a Venere che alle dolcezze di Posillipo.

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Mai questo micro-Stato avrebbe dovuto vedersi attribuire l’organizzazione della coppa del mondo di calcio: troppo piccolo, troppo caldo e inospitale. Organizzarci il mondiale sarebbe stato come organizzare i giochi invernali alle Cayman o il concorso di Miss universo a Kabul: un’aberrazione rispetto alla logica, all’ecologia, forse alla politica, sicuramente non all’economia.

E dire che c’era voluta la cocciutaggine di Sarkozy, allora presidente francese, per convincere la Fifa, a quel tempo di Blatter e Platini, ad assegnare proprio al Qatar la coppa del mondo di calcio del 2022. Il tutto dopo una colazione di lavoro molto particolare tra Platini e il principe ereditario, oggi capo del Qatar, che aveva deciso l’assegnazione dell’ex Coppa Rimet. Colazione di lavoro che, del resto, costituisce la base di un’inchiesta della magistratura francese.

Nonostante i sospetti di brogli, adesso la Coppa è comunque arrivata in Qatar e sta costituendo una grande festa di calcio che spezzerà, per almeno un mese, la monotonia dell’Islam climatizzato, una dottrina religiosa molto radicale che il Qatar condivide con l’Arabia Saudita.

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Un mondiale qatarino della pedata però senza più genuflessioni, senza alcol, senza bandiere dell’amore libero e senza diritti dell’uomo: Allah è grande, il Mondiale è grande e Gianni Infantino, il presidente della Fifa impelagato nei Panama papers, profeta woke o dell’intolleranza dogmatica, che ammette di sentirsi qatarino, arabo, africano, gay, portatore di handicap, lavoratore migrante e, perché no, anche trans o albino: trasversale. E più trasversale d’Infantino si muore.

Soltanto pochi decenni fa questa Montecarlo delle sabbie era soltanto una lunga costa desertica bruciata dal sole con i suoi pescatori di perle, i suoi contrabbandieri col turbante e con i suoi mercanti di schiavi: un feudalismo beduino arcaico come quello del potente vicino Saudita.

Da quando però la manna del gas ha gettato l’emirato nella megalomania, i qatarini hanno imparato a distinguere il wahhabismo del mare – con occhiali da sole e yacht di lusso, il loro – da quello della terra – quello dei sauditi, più rozzo e antiquato.

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Grazie proprio ai giacimenti di gas, si è originata la zona di libero scambio più ibrida del mondo dove ha sede la prima compagnia aerea mondiale, gli impianti di metano più grandi al mondo, dove si trova la più grande base americana e dove telepredicatori islamici in cerca di finanziamenti incrociano le stelle hollywoodiane in vacanza e gli squali della finanza, senza dimenticare le coorti di proletari asiatici (oltre due milioni in maggioranza indiani e pachistani), una sotto-umanità di forzati che, spettatori farlocchi, sono costretti a battere le mani, sempre e comunque.

La stessa mascotte ufficiale dei giochi, rappresentata in un fantomatico lenzuolo bianco e con regolare turbante, sembra un celebre fantasma di un film americano di successo; irreale come le isole artificiali di Doha, gli stadi a perdere, i lavoratori migranti costretti a mascherarsi da tifosi e la stessa ultra-mediocre squadra nazionale di calcio.

Un paese, l’Emirato del Qatar, dove tutto sembra fasullo anche quello che è vero, dove tutto è siliconato, sintetico, anche l’aria esterna, pure essa condizionata. Più che ad un micro paese il Qatar assomiglia ad una compagnia petrolifera off shore, come ce ne sono tante nella penisola araba, che ha adottato un neo-liberismo estremo che coniuga iper-modernità e vecchio-islamismo. Mancano gli aggettivi per descrivere appieno il delirio di grandezza che vivono le petromonarchie.

Ma i soldi, si sa, comprano tutto: le commissioni di inchiesta sui diritti dell’uomo, le violazioni del diritto del lavoro, il sorriso forzato sulle foto ufficiali. Il Qatar, come contropartita al suo dispendioso clientelismo esige soltanto una cosa: il silenzio.

E la vecchia Europa lo ha accettato senza battere ciglio, fingendo di non aver capito e nascondendosi dietro l’ipocrisia più becera. Come quella della federazione calcistica britannica che impone a tutti di inginocchiarsi in patria per evocare il rispetto dei diritti umani ma a Doha non batte ciglio, o della federazione della repubblica federale tedesca i cui calciatori si presentano in campo con le mani sulla bocca per denunziare le violazioni umanitarie del Paese.

A nessuna di queste federazioni però che sia venuto in mente di ripartire subito dal Qatar o ancor meglio, di pentirsi pubblicamente di esserci dovuti andare per forza. Poi, vedendo il ricco montepremi previsto non solo per i vincitori, ma per tutte le squadre partecipanti, ci sembra di grande attualità in Qatar, ma nel mondo intero, il vecchio detto attribuito a Vespasiano: «pecunia non olet».

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