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Avvio impervio per la maggioranza: servirà un decreto per caro energia e poi la manovra

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Il nuovo ministro dell’Economia presenterà subito la relazione al Parlamento con la richiesta di «aggiustamento»

Dare subito un segnale, con un decreto che copra fino alla fine di dicembre non solo le famiglie ma anche le imprese dai rincari dell’energia. Perché gli aumenti delle bollette «non sono più sopportabili», come dice Guido Crosetto. E poi buttarsi a capofitto nella scrittura della manovra, per cui il nuovo governo parte già in ritardo.

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Se tutto va bene si arriverà attorno al 20 novembre, a un mese dalla scadenza del 20 ottobre, impossibile da rispettare anche perché tra una settimana non ci sarà ancora, con ogni probabilità, nemmeno l’esecutivo. I conti saranno peraltro il primo test non solo per l’esecutivo, ma anche per la nuova maggioranza.

«Fibrilleremo un po’ al Senato», commenta più di un deputato, dopo «l’incidente di percorso», come lo definisce Matteo Salvini, durante l’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza. Ma tutti si dicono certi che i voti – serve la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento – non mancheranno per autorizzare l’uso del «tesoretto» di circa 10 miliardi lasciato in eredità dal governo Draghi. Resta da vedere se non emergerà subito quel «partito dello scostamento», in più occasioni trasversale, su cui la premier in pectore Giorgia Meloni ha sempre predicato prudenza.

Nei piani elaborati fin qui il nuovo ministro dell’Economia (in pole Giancarlo Giorgetti che va scherzando, scaramantico, sulle possibilità che il suo nome fatto così presto possa essere «bruciato») presenterà subito la relazione al Parlamento con la richiesta di «aggiustamento» (novità linguistica anche questa eredità del governo uscente) per utilizzare lo 0,5% di margini emerso con la Nadef a copertura di ulteriori misure anti-rincari che consentano di arrivare fino alla fine dell’anno sia con il taglio delle accise sulla benzina (che potrebbe essere rivisitato alla luce dell’andamento dei prezzi dei carburanti) sia con il credito d’imposta per le imprese energivore, che si esaurirebbe altrimenti a novembre.

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Per ora ci si limiterebbe, in sostanza, a prorogare gli aiuti messi in campo fin qui, senza grandi innovazioni. Servono 5-6 miliardi, sono i calcoli che fanno gli esperti del centrodestra, il resto si dovrebbe portare in dote alla manovra, con il meccanismo degli anticipi di spesa già utilizzato in passato per consentire di usare nell’anno successivo (in questo caso il 2023) risorse dell’anno in corso (il 2022). La legge di Bilancio partirebbe così con circa 14 miliardi ma sono ben altre le cifre che serviranno: in ballo ci sono le pensioni (senza interventi da gennaio ritorna la Fornero) e il taglio del cuneo fiscale, che scade a fine anno.

Il rebus extradeficit

Senza contare il capitolo energia, se gli aumenti si dovessero protrarre oltre il primo trimestre 2023. Solo per questa voce «potrebbero servire 20-30 miliardi o 60», faceva i conti Giovanbattista Fazzolari mentre aspettava l’esito della chiama al Senato, «dipende da come va in Ue» il negoziato sul gas che vedrà impegnato per l’ultima volta Draghi il 20 e 21 al Consiglio a Bruxelles. Come trovare risorse senza ricorrere all’extradeficit è un rebus non risolto al momento. Quasi sicuramente la Nadef non sarà rivista nelle stime tendenziali e e il Dpb già stato inviato alla Commissione: entrambi i documenti saranno però aggiornati con le indicazioni di politica economica da attuare con la legge di Bilancio.

Possibile che qualche risorsa venga trovata attraverso il classico decreto fiscale collegato alla manovra mentre gli aiuti ‘quater’ potrebbero prendere la forma di un decreto ad hoc da far confluire in quello aiuti ter che sarà il primo provvedimento a impegnare la Camera probabilmente già a partire dalla prossima settimana, quando dovrebbe essere istituita la commissione speciale. Sempre a Montecitorio inizierà anche l’iter – lampo – della manovra che per mancanza di tempo rischia di arrivare inevitabilmente blindata al Senato. Con buona pace di chi, a partire dal neoeletto presidente Lorenzo Fontana, predica il ritorno alla «centralità« del Parlamento.

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