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La sartoria del Pd sta confezionando una legge elettorale per governare a prescindere dai voti

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Le prove tecniche sono già avvenute con il governo Draghi

Nelle democrazie cosiddette parlamentari il sistema elettorale non è un semplice dettaglio, non è uno strumento neutro per scegliere la classe politica, ma costituisce l’essenza stessa della democrazia, anche se la decantata sovranità popolare si riduce ad un semplice potere di delega. Dopo le elezioni, infatti, saranno i delegati, cioè gli eletti, ad esercitare la sovranità reale in nome e per conto degli elettori.

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In questo tipo di democrazia, il parlamento può esercitare il proprio potere a prescindere dalle intenzioni degli elettori, e ciò si è visto in maniera eclatante e persino scandalosa nella legislatura in corso. Il popolo, messo da parte, è impotente di fronte ai giochi di palazzo, e non capisce come lo abbiano fatto precipitare in una crisi che si profila durissima e difficilmente reversibile. Il rigetto nei confronti dei parlamentari e dei governanti cresce di giorno in giorno, ma non è il caso di preoccuparsi più di tanto. Almeno dal punto di vista di chi ha le redini in mano.

Come fronteggiare l’impopolarità e continuare a governare anche in assenza del favore popolare? Semplice: con la legge elettorale «giusta». Nella sede del Pd si stanno dando da fare. Ecco quindi che Letta definisce l’attuale legge elettorale, che pure ha consentito al suo partito di perdere e di andare al governo lo stesso, «la peggiore legge che vi possa essere».

Bisogna farne una migliore, ovviamente, una più a misura del Pd, quella in vigore potrebbe riportare al governo l’odiato centrodestra. Il Rosatellum, con il quale si è votato nel 2018, fu voluto dal centrosinistra, ma non basta più, i Cinque Stelle sono sulla via dell’estinzione e l’agognato «campo largo» non potrà garantire alcuna maggioranza.

La dodicesima legge elettorale

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Forse siamo arrivati alla vigilia della dodicesima legge elettorale dopo l’Unità d’Italia e alla quinta in meno di un quarto di secolo. Dopo il proporzionale del dopoguerra i sistemi misti sono stati i preferiti: maggioritario con spruzzatina di proporzionale e viceversa, collegi uninominali e liste plurinominali, soglie di sbarramento ove convenga e premi di maggioranza alla bisogna. Alla fine nella sartoria del Pd hanno trovato l’abito che calza a pennello, sa di classico ed è tornato di moda: il proporzionale riveduto e corretto.

C’è urgenza di confezionare l’abito, a prescindere dalla crisi di governo e dalle dimissioni di Draghi, che comunque non porteranno ad elezioni anticipate. L’allarme viene dai sondaggi che sembrano prefigurare una vittoria del centrodestra con qualsiasi legge elettorale. Profezia nefasta alla quale si può porre rimedio, o magari una semplice pezza, con una legge elettorale che renda insignificante il verdetto elettorale e che consenta alleanze parlamentari sganciate da eventuali impegni assunti prima del voto.

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Il sistema proporzionale farebbe al caso nostro, anzi a quello loro, senza obbligo di coalizione e con soglia di sbarramento. Le motivazioni sono le più nobili, soprattutto quelle declinate da Violante: i partiti recupererebbero la loro identità senza la necessità di «stemperare le proprie idee» attraverso le mediazioni con gli alleati. Evidentemente ai cittadini interessa poco sapere cosa ciascun partito voglia realizzare e con chi, tutto è rimandato a dopo il voto come ai vecchi tempi della prima repubblica: «Poi verrà la sintesi».

Naturalmente non può mancare la soglia di sbarramento, Letta vorrebbe «una soglia alta», come riferisce un suo sodale. Violante, bontà sua, mostra propensione per soglie più basse al 3-4 per cento: «in modo da garantire la rappresentatività dei partiti minori» (sic!).

Il furto di voti

Lontano da loro il sospetto che qualsiasi soglia costituisca una distorsione del criterio proporzionale, un furto di voti, che dà maggiore rappresentanza ai partiti più grandi cancellando i minori e i loro stessi elettori calcolati come inesistenti. A sentirli argomentare il proporzionale conviene a tutti, pure al centrodestra, che scimmiotta la sinistra quando pensa di trarre qualche vantaggio a danno di altri. Si invoca la governabilità, dietro la quale si nasconde il desiderio e la speranza di potere stare al governo, senza vincoli di mandato e senza responsabilità verso gli elettori.

Le prove tecniche sono già avvenute con il governo Draghi, che ha messo insieme tutto e il contrario di tutto in nome dell’unità nazionale, che però si ferma sulla soglia del partito della Meloni. Ma questa non dovrà farsene un dramma, anche a lei, aspirante premier ancorché osteggiata dai suoi stessi alleati, spetterà un ruolo ma non di governo. Secondo il direttore del Foglio, Claudio Cesara, «in fondo, avrebbe la possibilità di dare le carte nella prossima legislatura».

Non è dato capire, dietro questo esercizio di ipocrisia, cosa significhi «dare le carte», certamente scordarsi il ruolo di premier, anche di fronte ad una vittoria del centrodestra ormai avviato verso la destrutturazione. Al di là di ogni illusione, la fine del governo Draghi non è la premessa per un nuovo corso e se ci sarà una riforma elettorale questa andrà nella direzione di confermare sostanzialmente gli attuali assetti di potere.Finché il popolo avrà la forza di sopportare e non tornerà in massa alle urne per ribaltare definitivamente la volontà del Palazzo ed affermare la propria.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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