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Eugenio Scalfari, l’imprenditore-giornalista che ha segnato la storia della stampa italiana

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Seppe trasferire ai giovani il cinismo del potere, quello che si chiudeva a riccio

È venuto a mancare il più grande imprenditore-giornalista che gli italiani abbiano avuto modo di conoscere e con cui hanno colto l’occasione di confrontarsi con le letture di cui è stato capace per anni di incuriosire i lettori di questo paese.

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Io l’ho conosciuto a 16 anni quando nel primo liceo classico, dopo aver fatto il ginnasio, mi cominciavo a misurare con il mutevole contesto, leggendo quotidiani, laddove in quel marzo del ’78 abbiamo, da studenti impegnati a destra ed a sinistra, rivolto l’attenzione alle dinamiche del rapimento di Aldo Moro, con l’uccisione degli uomini della scorta.

Era l’Italia del terrorismo, delle Brigate Rosse, che trovava lungo il suo accidentato cammino quel clima in cui Leonardo Sciascia registrava che rispetto allo «…spavento cosmico sarà nulla di fronte allo spavento che l’uomo avrà di sè stesso e degli altri…». Insomma si viveva un contesto carico di tensioni e di paure … e come si sa la gioventù, che è la più bella età in cui il meraviglioso si coniuga con l’entusiasmo, avvolgeva il proprio sguardo testimone facendo il processo al Palazzo.

Scalfari riuscì ad intercettare quei lettori, dove noi ci sentivamo protagonisti ed interpreti di una lotta di cui ci arrogavamo vanto, più per bellezza della giovanile stagione vissuta che per una sorta di consapevolezza compiuta.

La trattativa tra Stato e rapitori

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Ma erano i tempi del conflitto sociale ed il giornale guidato da Scalfari «Repubblica» avviò il dibattito sulla trattativa tra Stato e rapitori attraverso cui talune personalità tentavano attraverso il dibattito pubblico di trovare una via di fuga e di salvezza per lo statista Moro.

Ma, pur partecipando fortemente al dibattito con i suoi giornalisti da Bocca a Saviane e poi con tutto l’ambaradam del salotto buono romano, Scalfari si dovette confrontare con un genio della statura letteraria di Leonardo Sciascia, che anche sul fronte giornalistico specchiava con una sagacia ed una razionalità illuminanti, scrivendo per la Stampa, il clima di quei tempi e con rara onestà intellettuale, ripropose con forza ed argomenti lo schema «né con lo Stato, né con leBr», lanciato dal giornale «Lotta Continua».

Beh … in questo tratto giornalistico si riscontra lo Scalfari più che giornalista critico uomo appartenente ad un sistema di potere, come l’altra sera a Ficarra (in provincia di Messina) lo ha qualificato Ernesto Galli della Loggia, giacchè si mise, pur simulando una sorta di ribellione e pensiero critico, a difesa del palazzo.

Il Palazzo doveva rimanere fuori dalle trattative

Scalfari in un pezzo esplicò un ragionamento, apparentemente contraddittorio, ma chiaro nel far evincere ed osservare che il Palazzo doveva rimanere fuori dalle trattative e raccontò: «Ci sarebbe anche da distinguere tra trattativa e trattativa. Quando è in corso una guerra la trattativa tra le parti è pressoché inevitabile per limitare i danni. Si tratta per seppellire i morti, per curare i feriti, per scambiare ostaggi. Avvenne così molte volte ai tempi degli anni di piombo. Il partito della fermezza che non voleva trattare con le Br, e quello della trattativa. Noi fummo allora per non trattare; socialisti, radicali e una parte della Dc erano invece per la trattativa. A nessuno però sarebbe venuto in mente di tradurre in giudizio Craxi, Martelli, Pannella, ed anche Sciascia e molti altri intellettuali che volevano trattare».

Insomma in quella evenienza Scalfari, quando lo conobbi attraverso la sua scrittura ovviamente vista la mia giovane età senza la necessaria avvedutezza, ci trasferì il cinismo del potere, di quello che cioè si chiudeva a riccio per non consentire che Aldo Moro esplicasse gli arcana imperii ossia le riservate regole del mimetismo del potere in un palazzo di veleni, che è sempre stata la politica italiana dei misteri, quando per di più disconobbe le parole di Aldo Moro e evidenziò col suo prorompente sforzo linguistico «Quelle parole non sono credibili. Manca alla letta autografa la data certa e manca ogni prova verificabile sull’effettivo stato di salute e di consapevolezza psichica del prigioniero. Le BR hanno ridotto un uomo alla condizione disumana d’un fantoccio. Non è attraverso un fantoccio che posso parlare ad una nazione».

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Sciascia e l’approccio scalfariano

Ma di contro con il testo «Affaire Moro» Sciascia smentì l’approccio scalfariano e con sublime esattezza evidenziò che «[…] non si può non riconoscere – e basta rivedere la stampa di quei giorni – che si era stabilita un’atmosfera, una temperie, uno stato d’animo per cui in ciascuno ed in tutti (con delle sparute eccezioni) si insinuava l’occulta persuasione che il Moro “di prima” fosse come morto e che trovare vivo il Moro “altro” quasi equivalesse a trovarlo cadavere nel portabagagli di una Renault. Si parlò dapprima, a giustificare il contenuto delle sue lettere, di coercizioni, di maltrattamenti, di droghe; ma quando Moro cominciò insistentemente a rivendicare la propria lucidità e libertà di spirito («tanta lucidità, almeno, quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti»), si passò ad offrire compassionevolmente l’immagine di un Moro altro, di un Moro due, di un Moro non più se stesso: tanto da credersi lucido e libero mentre non lo era affatto.

Il Moro due in effetti chiedeva fossero posti in essere, per salvare la propria vita, quegli stessi meccanismi che il Moro uno aveva, nelle sue responsabilità politiche e di governo, usati o approvati in deroga alle leggi dello Stato ma al fine di garantire tranquillità al Paese: «non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione…».

Simili meccanismi, di cui l’opinione pubblica non era al corrente, erano stati adoperati – evidentemente – nel silenzio del governo, dei partiti al governo, del Parlamento; e si poteva rispondere a Moro che tutt’altro che in silenzio, e anzi con sicuro clamore e perdita di prestigio e credibilità, vi si poteva ricorrere nel suo caso. Si preferì invece sminuire, invalidare e smentire i suoi argomenti da un punto di vista clinico invece che politico, relegandoli alla sua delirante condizione di prigioniero».

Scalfari ed il suo contraltare

In questo scontro dialettico vi è tutto Scalfari ed il suo contraltare, ovvero il caratteristico suo procedere consapevole delle stanze del palazzo e così dopo essere stato fascista nel ‘42, antifascista nel ’43, azionista nel ‘45 ed infine nel ’46 votò monarchia e poi ancora attraversando l’esperienza liberale e nel ’55 radicale etc. etc..

Ed ancora una volta anche a tale riguardo aveva ragione Leonardo Sciascia quando in Todo Modo chiariva, anche in via indiretta, che « … le cose, dentro di noi, sono sempre maledettamente complicate; e tanto più inganniamo noi stessi, o tentiamo, quanto più evidente e immediato si prospetta il disinganno».

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