Bartolo Cattafi, versi e anima… di un perfetto esistenzialista

Il 100° anniversario di nascita di Bartolo Cattafi

Quando il poeta scarnifica la parola attraverso una ricerca che scende in profondità scopre la sua anima, la agghinda di verità, non si nasconde e mette in luce come va il mondo. I suoi versi anche ad un ignaro lettore di poesie sorprendono per la potenza e perché evocano una forza esistenziale, in cui l’inattualità rende grazia alla permanenza. La verità bruciante del suo dire è, come dice qualche suo critico estimatore, frutto di una sorta di estremismo.

La sua lingua, fatta di precisione millesimata, rimanda ad una dimensione posta sul confine tra il «tangibile e l’inconcreto», il suo sguardo si rivolge alla realtà, come Ulisse che si fa legare per non farsi incantare dal canto delle sirene, per scorgere verità esistenziali che stanno dentro la sua anima, ma anche capaci di incrociarsi con le esperienze di vita.

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Qui, in questo suo incrociarsi con la realtà e la storia, emerge il verso spontaneo, forte della capacità di Cattafi di coniugare sentimenti autentici, quale l’avveduta consapevolezza che apprende quanto nichilismo vi sia nella vita e quanto vuoto vi sia nell’incipiente consumismo. Trovo, altresì, che Bartolo Cattafi sia un poeta «politico», perché in lui si scorge il magmatico fluire della società, che ha bisogno di orientamenti, di una messa in ordine di meccanismi a volte mal congegnati, per meglio scoprire «i poteri sfuggenti … nascosti dietro le cose».

In queste occasioni Cattafi, più che interprete di viaggi esterni, si dimostra attento a stabilire una distanza giusta rispetto alla realtà per far venire fuori l’autentica attenzione critica di un intellettuale che, più che immagini sgranate o colte col grandangolo, riesce a fotografare l’autentico che sta in noi. Ovvero quello che filtra con i propri occhi e la propria mente ciò che lo circonda, la dimensione di un universo che cede troppo al peggio ed al pessimismo.

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Con Cattafi, invece, si rivela la forza dell’uomo che pur attraversando il peggio scorge una luce fuori dal tunnel. Cattafi può essere ed è un «compagno di strada», che serve ad accompagnarci sempre con il suo armamentario, custodito nella sua cassetta per gli attrezzi, utili a decifrare le idee che contaminano il vivere e i valori che si disperdono col passare del tempo.

Cattafi nella poesia «Ipotesi» significa e procede nel solco della Storia dicendo «Avanzammo le ipotesi migliori. / Non ressero, / al lume dei fatti / andarono in frantumi. / Avanzammo le altre, le peggiori. / La mente è un abile / astuta acrobata. Teme l’abisso, il vuoto. / Ricompose col mastice i frantumi.»

Qui il poeta si dimostra di avere sguardo lungo e racchiude nei versi di «ipotesi» la visione di una dinamica che inciampa e di un impegno che può essere sconfitto o può perdere qualche battaglia, ma, anche in questo, coglie la speranza del mastice, ossia di quella forza che eleva e congiunge la possibilità di rimettere assieme i cocci, affinché si dia fiato alla necessaria ricostruzione del mondo in frantumi.

Cattafi, nella sua maniera epigrammatica e quasi aforistica, si fa notare nella sua dimensione «classica» che va oltre il suo tempo, ma che ha il vigore autentico di incarnare l’idea della vita e degli oggetti in una spirale che avvolge, superbamente, l’io ed il noi in cui definisce, con le sue parole, «le fredde determinazioni dell’intelligenza, / le esercitazioni (sia pure civilissime, / le sperimentazioni che furbescamente o ingenuamente tentano l’impossibile colpo di dadi».

Ecco l’azzardo che mira all’impossibile, la cui sfida è occasione per Cattafi di ricongiungersi a Julius Evola, laddove «In molti modi e maniere, / anche mettendo da canto / i muscoli inferiori, / devi camminare / andare avanti o indietro / ma marciare, / con la frusta col pungolo a pedate, / passo trotto galoppo, / e non è vero / il tuo non ce la faccio. / L’esse esse la vita / l’opportuna puttana ti tengono in funzione. / Poi sulla tua funzione cala il sipario, / velario di mistero sullo straccio / umano che non vuole / essere atleta, eroe, / acciaio di ardue prestazioni. / In qualche luogo qualcuno / impartisce impulsi, / pesa, coordina, misura, / non ci è dato vedere in quale cielo / agisca la macchina armoniosa. / Ai nostri deboli lumi / appare la ferocia del congegno, / la calda tigre / che cavalchiamo a pelo.»

Ma vi è anche la critica al consumismo ove nella poesia «AL MERCATO esplicita: C’è un calmiere che regola i rapporti / col prossimo tuo e con te stesso. / Sei solo e vinto, / debole, deforme, / devi andare al mercato. / Stordirti e scegliere / le voci nel brusio. / Stipulare contratti, / vendere, comprare / i beni che consumano la vita»

Così, pur sfuggendo ad una classificazione puntuale, l’esistenzialismo è la sua cifra, tramite cui Cattafi insiste sul valore specifico dell’individuo, nonostante il suo carattere precario e finito, sull’uomo caduco che vive l’insensatezza dei congegni sociali, in cui l’assurdo e il vuoto caratterizzano la sua condizione nella modernità malata, ma che è capace di trovare, sempre nell’uomo, al proprio interno, quella coeva energia che lo rende, comunque, artefice del suo destino.

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