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Dopo aver «abolito la povertà», Di Maio ha cancellato anche il Movimento 5 Stelle

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Il bluff è finito, ma Giggino non intende fermarsi

Lo capimmo il 27 novembre 2018. Luigi Di Maio, leader presuntuoso di un Movimento che aveva travolto i tradizionali rapporti di forza politici, si affacciò al balcone di Palazzo Chigi e tonitruante annunciò come un ossesso quel che neppure l’Altissimo (in senso proprio e non blasfemo) si era sognato di fare poco più di duemila anni fa: «Abbiamo abolito la povertà!». Era una dichiarazione piena di veleno contro tutte le classi politiche del passato e del presente, oltre che una sottile incitazione all’odio populista che avrebbe dovuto essere come carburante per mantenere alta la velocità del successo appena agguantato alle elezioni politiche di pochi mesi prima.

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Sì, non ci volle davvero molto a comprendere che in Italia stava per nascere un colossale bluff al quale si sarebbero accodati in tanti ritenendo un comico capofila di una rivoluzione i cui fili erano tenuti sotto traccia da un oscuro manager, visionario quanto bastava per inoculare nel Movimento emerso dal livore, dal disincanto, dalla nausea di una fetta considerevole di elettori, la rivolta contro le presunte élites, che poi tanto élites non erano per nulla.

Luigi Di Maio, i 5Stelle e la ‘casta’

Dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno; dovevano abolire tutti i privilegi a cominciare dai vitalizi che gli ex-parlamentari si erano pagati mettendo mano ai loro portafogli (lo fecero, ma tempo tre anni hanno dovuto restituire il maltolto, non tutto, ma quasi ci siamo…); dovevano ripudiare la guerra e ci si sono buttati dentro a capofitto; dovevano rivedere i rapporti con la Nato e sono diventati lo scendiletto degli americani; dovevano costruire un partenariato economico con la Russia inossidabile: non ci hanno neppure provato ed ora con il Cremlino sono in guerra, quella che dicevano di ripudiare secondo i dettami della Costituzione.

E poi dovevano vivere quasi in romitaggio, versando il più delle prebende pubbliche al partito, e lì incominciarono i guai e le diaspore perché non tutti, anzi quasi nessuno, erano convinti che i soldi duramente guadagnati finissero nelle casse del partito o dei celestiali manovratori dei computer che dettavano la linea politica.

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Poi i dissapori, le gelosie, le maldicenze, e soprattutto l’innaturale alleanza con la Lega (partito vittorioso nel centrodestra) pur di andare al potere ed indicare uno sconosciuto (alle masse e forse anche ai loro stessi militanti) avvocato come presidente del Consiglio dei ministri. Una frittata con tanti ingredienti. Le uova si ruppero naturalmente per comporla, ma a masticarla risultò immangiabile.

La parabola finale del Movimento Cinque Stelle, per quanto paradossale possa sembrare, incominciò nel momento in cui i suoi maggiorenti si assisero ai vertici dello Stato e ne combinarono di tutti i colori. Il più grande partito populista d’Europa mostrò immediatamente i suoi limiti.

Il partito di Grillo e la sua pochezza

Privo di cultura politica, di visione strategica, di programmazione e di autentica ambizione governativa fondata sulla consapevolezza della crisi sistemica italiana da esso animosamente alimentata, il partito di Grillo palesò subito la sua pochezza. In Europa stava con i gilets jaunes e con i suoi simili sfascia carrozze; oltre Atlantico cercava accreditamenti che non si confacevano con quelli che elemosinava al Cremlino. Nel Parlamento italiano esibiva le peggiori facce dell’opportunismo politico, mentre ogni giorno sgranava il rosario degli abbandoni da parte di quelli che erano stati eletti con poche decine di click.

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È durata quattro anni la pantomima, coronata dall’hippie tour di un tale Di Battista il quale, giustamente schifato da quanto vedeva attorno a sé, s’è messo a girare mezzo mondo e a scrivere reportage per un quotidiano, mentre tutti lo rimpiangevano e lo acclamavano come futuro leader pentastellato. Infine, le posizioni assunte nel governo Draghi dalla pattuglia ministeriale e avversate dai molti furibondi peones, hanno logorato i rapporti interni, prodotto micro-scissioni, illividito i gruppi parlamentari nelle continue dispute sui soldi, i rimborsi, il dare e l’avere, e via seguitando.

Alla vigilia dello scioglimento delle Camere, quando secondo statuto grillino, la maggior parte dei rappresentanti del popolo non si dovrebbe candidare per cumulo di mandati. Altri già imballano i loro inutili documenti, posto che saranno pochissimi i pretendenti un seggio e dunque gli eletti per via della legge che ha dimezzato il numero dei parlamentari, grazie anche alla demagogia grillina, ecco il furbetto del quartierino, il solito Di Maio che per aggirare l’ostacolo, da vero «statista populista», organizza una scissione coi fiocchi e si porta via sessanta deputati e senatori, senza rimpianto sembra, ma con tante incognite sul suo avvenire e quello dei suoi seguaci.

La pattuglia di Di Maio e il futuro

Intanto: saranno tutti ricandidati e rieletti i dimaiani? Ma nemmeno se la scatoletta di tonno diventasse una botte per cetacei, possiamo starne sicuri. Che cosa se ne farà il Pd che sui Cinque Stelle contava parecchio per vincere le prossime elezioni in compagnia di chi populista più non si proclama, ma che nell’animo lo è rimasto senza farsi tanto scoprire per ovvi motivi?

E se al Pd la pattuglia di Di Maio serve a poco o a niente, meglio guardare altrove e il ministro degli Esteri comincia a fissare un orizzonte che tanto assomiglia al «deserto dei tartari». L’eutanasia populista si tocca con mano incontrando quella che si presentò come una gloriosa armata in Parlamento ed elesse un tale Fico a presidente di Montecitorio: la vittoria dei reprobi.

Una fine ingloriosa, ammettiamolo francamente. È quello che accade a tutti i populisti che mestano nel torbido per creare le condizioni di una rivolta di cartapesta, fragile e inutile. La situazione è comica (e visti gli esordi del Movimento non potrebbe essere diversa), per una sinistra che già accarezzava l’idea di vincere l’anno prossimo mandando a carte quarantotto le ambizioni del centrodestra. Dovrà aspettare almeno un altro giro. Senza Di Maio, quasi certamente, che avrà più tempo per godersi le partite del Napoli, dalla curva Sud, non certo dalla tribuna dei Vip, ma almeno gli sarà risparmiata la fatica di vendere bibite sulle gradinate del «Maradona».

Gennaro Malgieri
Già parlamentare
e direttore del ‘Secolo d’Italia’

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