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Più che il «salario minimo», ciò che serve è la «dignità minima» che la politica ha smarrito

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All’inizio fu la deflazione salariale

Quel perverso meccanismo che le aziende usano per competere con aziende di altri paesi, giocando al ribasso sul costo del lavoro. I lavoratori così, si vedranno costretti ad accettare la diminuzione dei salari, caso contrario, l’azienda potrebbe decidere di spostare la produzione (delocalizzazione) proprio in uno di quei paesi o decidere di chiudere definitivamente, con quali conseguenze si può ben immaginare.

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Di fatto oggi vi sono migliaia di piccole imprese che prosperano o cercano di fare ottimi e alti guadagni speculando proprio sui salari bassi e questo, comporta lavoro povero e risentimento sociale, il prezzo da pagare alla globalizzazione, ma non l’unico. I salari bassi infatti comportano bassi consumi da parte della maggioranza dei lavoratori e se tutti i paesi del villaggio globale adotteranno questa strategia, i prodotti chi li comprerà?

Poi arrivò il reddito di cittadinanza

Cominciamo col dire che a differenza del nome «reddito di cittadinanza» attribuito a tale strumento, in realtà lo stesso altro non è che un sussidio, che ha la funzione di ammortizzatore sociale e che, viene versato solo a disoccupati, inoccupati o lavoratori che hanno una situazione economica ISEE inferiore a una certa soglia prevista per legge che prevede, tra l’altro, obblighi per i percettori che la maggioranza dell’opinione pubblica ignora.

Preferendo occuparsi, aizzata dai politici e dalle élite economico/finanziarie locali, a denigrare, discriminare, giudicare, chi si trova nell’impossibilità di poterne fare a meno. Questo al netto dei profittatori, ma quelli ci sono dappertutto.

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La disoccupazione nel nostro Paese da tempo immemore, rappresenta uno strumento efficace e razionalmente usato per comprimere i salari. Negli ultimi 20 anni, corrispondenti all’entrata del nostro Paese nella UE e nella moneta unica, si è ancor di più radicato.

Anche la forza lavoro infatti, risponde alla legge della domanda e dell’offerta, quindi se vi sono tanti lavoratori disponibili sul mercato che si contendono pochi posti di lavoro, emergerà chi sarà disposto a farsi pagare meno. Caso contrario, molto lavoro e pochi lavoratori, le aziende alzeranno i salari offerti per accaparrarsi i lavoratori sul mercato.
In questo contesto ed in questo «sistema», il reddito di cittadinanza diventa un’elemosina da versare ai disoccupati, per consentirgli di sopravvivere senza occuparli, con due precisi obiettivi, permettergli l’acquisto «teleguidato» di prodotti e tenere sotto controllo l’inflazione.

Ciò consente inoltre di eliminare e tenere sotto controllo eventuali disordini sociali fungendo da «calmierante», mentre si tiene alta la disoccupazione che andrà ad alimentare un esercito di lavoratori di riserva, garantendo così al mercato del lavoro la immediata disponibilità di lavoratori a basso costo, con scarse tutele e pochi diritti, il jobs act è servito a questo.

Oggi è la volta del salario minimo

Ad oggi all’istituzione del salario minimo in UE mancano solo sei Paesi: l’Italia, l’Austria, Cipro, la Danimarca, la Finlandia e la Svezia. Nel resto d’Europa, secondo i dati di Eurostat, il salario minimo viaggia tra i 332 euro mensili della Bulgaria e i 2257 euro del Lussemburgo.

La Ue, ha concordato un accordo provvisorio per un salario minimo ma, attenzione, ciò non significa che sarà possibile guadagnare lo stesso da Siviglia a Stoccolma o Lussemburgo, ma che lo stato-membro dovrà fornire condizioni di lavoro e di vita dignitose a tutti i dipendenti europei.

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Quindi ne dobbiamo dedurre che finora non era così?

In Italia la maggioranza dei lavoratori è tutelata (si parla dell’85%), rispetto al minimo salariale, in quanto previsto dai e nei Contratti Nazionali Collettivi di Lavoro (CCNL) dei sindacati di categoria, i quali prevedono tra l’altro tutte le integrazioni a favore dei lavoratori che fanno aumentare i salari oltre il minimo. Quindi il minimo salariale dovrebbe servire per quel 15% di lavoratori che non hanno rappresentanza?

Ma allora basterebbe semplicemente obbligare chiunque stabilisca un rapporto di lavoro, di qualsiasi tipo, a fare riferimento ad uno dei contratti collettivi esistenti, quello a cui la prestazione di lavoro è più assimilabile, previa modifica della legge sulla rappresentanza.

Al momento la proposta dei nostri politici e sindacalisti è quella di portare il salario minimo a 9 euro l’ora, ma questo potrebbe comportare un problema, la perdita di competitività nei confronti delle imprese e le aziende degli altri Paesi. Si torna così al punto uno, la deflazione salariale.

Ci sarebbe un altro punto su cui porre l’attenzione e cioè, aumentare i salari
in un sistema economico come quello attuale, non garantirebbe un maggiore benessere ai lavoratori, perché nel caso in cui i prezzi ed i costi di beni e servizi continuassero a salire, diminuirebbe il loro potere d’acquisto e con esso la domanda interna, le imprese sarebbero costrette a chiudere causa abbassamento della produzione e quindi a licenziare. Si torna così al secondo punto, il reddito di cittadinanza.

In conclusione, l’intero sistema economico finanziario della Ue è strutturato a tutela e nell’interesse superiore dei mercati. La politica da tempo ormai, ha abdicato al suo ruolo di controllo, tutela e programmazione delle linee economiche da perseguire, assoggettandosi alle richieste/imposizioni delle élite finanziarie globaliste, lasciando così sguarnito di ogni difesa lo Stato, che diventa preda appetibile del sistema.

Cittadini e lavoratori diventano così schiavi programmati e programmabili

Il salario minimo europeo, al pari della moneta unica è, e rimane, un ossimoro all’interno di un sistema come la Ue che contiene economie diverse, impossibili da armonizzare e un ulteriore strumento di discriminazione. Perché sarà fatto al ribasso impoverendo tutti, more solito.

La Ue è una creatura amorfa che vive e si nutre di speculazione, l’obiettivo di solidarietà e civiltà allargata è solo una pantomima ad uso e consumo di certa informazione propagandistica, che non si può più nascondere. Quello a cui ha contribuito la Ue è l’aver fatto aumentare il divario tra ricchi e poveri, fagocitando quasi del tutto la classe media e dando vita a nuove sacche di povertà e disagio sociale, come mai abbiamo visto.

E non è una coincidenza quella che, proprio nel momento in cui l’inflazione sta diventando strutturale (mettendo in crisi l’eurone), il capitale per non perdere valore tenta di rifarsi ancora sul lavoro, schiacciandolo verso il basso.

Oggi più che mai servirebbe non il salario minimo ma la «dignità minima», quella che la politica sembra aver perso del tutto, che preveda contratti e salari in linea col costo della vita ed uno stato sociale degno di questo nome. Il salario minimo non è la soluzione, semmai lo sarebbe l’indicizzazione mensile dei salari all’inflazione, ma questo il “sistema” non può permetterselo, perderebbe i suoi privilegi.

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