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Carceri, FdI presenta il suo piano: «Nuova edilizia e pene nei Paesi d’origine per gli immigrati»

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Le proposte di Fratelli d’Italia presentate oggi nel corso di un convegno al Senato

Un piano di nuova edilizia penitenziaria e far scontare ai detenuti immigrati, circa il 30 per cento della popolazione carceraria, le pene nei propri Paesi d’origine. Queste le proposte di Fratelli d’Italia che sono state presentate oggi nel corso di un convegno al Senato «Report carceri» al quale hanno partecipato anche le più importanti sigle sindacali della Polizia Penitenziaria.

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Per il capogruppo alla Camera di FdI, Francesco Lollobrigida, «l’ascolto continuo è il nostro modo di agire senza rinunciare alle nostre posizioni. La prima è la certezza della pena, siamo contrari alle pene alternative che rappresentano una elusione delle stesse pene da scontare. Sul sovraffollamento riteniamo che vadano costruite nuove carceri così come va reclutato nuovo personale quando questo è carente».

«Abbiamo chiesto di elevare al 5 per cento lo stanziamento del Pnrr sulla giustizia dall’1,5 per cento ma la nostra richiesta è stata bocciata. Abbiamo presentato una risoluzione per caricare sugli Stati il costo dei detenuti stranieri detenuti in Italia che sono 20mila su un totale di 50mila e che hanno un costo giornaliero di 130 euro al giorno. Non siamo a favore di soluzioni minimali ma per interventi concreti che vadano ad incidere sul sistema carcerario italiano» ha concluso.

A sua volta il senatore di FdI Patrizio La Pietra, estensore del ‘Report Toscana’ sulle carceri, sottolinea come «la visita a tutti gli istituti penitenziari della Toscana aveva l’obiettivo di verificare le condizioni di lavoro di chi opera al suo interno, con particolare attenzione all’attività della polizia penitenziaria, visto che ci si concentra sempre e solo sulle condizioni del detenuto. Ci siamo confrontati con direttori e comandanti e il quadro che ne è emerso è purtroppo drammatico: condizioni di lavoro al limite della sicurezza, anche sanitaria. Per i dati riscontrati in Toscana il problema principale non è il sovraffollamento delle strutture, bensì il numero di detenuti stranieri, che rappresenta circa il 65/70% del totale, di cui oltre la metà magrebini e sub sahariani, persone poco avvezze all’ordine, alla disciplina ed al rispetto della divisa.

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«Altro dato – spiega La Pietra -, sono i numeri del personale di polizia effettivo che insieme alla mancanza di ufficiali e sottufficiali crea una disomogeneità di ruoli non giustificabile e alla quale segue, inevitabilmente, una gestione della distribuzione dei ruoli schizofrenica e senza logica. Ovviamente anche lo stato di conservazione delle strutture e il loro stato di abbandono per anni di mancata manutenzione o per difetti strutturali di costruzione crea problematiche, in quanto comporta limiti per la socializzazione oltre che per la sicurezza. Da questi confronti abbiamo teorizzato dei suggerimenti, quali: la richiesta di body-web per garantire più sicurezza e le modifiche alla forma della libertà anticipata».

«E ancora, la fornitura di attrezzature, caschi, scudi e sfollagente, perché in quasi tutti gli istituti sono vecchi e non omologati, molti risalenti agli anni novanta e naturalmente in numero esiguo. Adesso non sono più sufficienti le pacche sulle spalle, occorrono azioni concrete. La sicurezza all’interno delle carceri è fondamentale, e solo la Polizia Penitenziaria può garantirla. Se non ci sono numeri adeguati del personale, strutture idonee e regole certe non si può nemmeno garantire la rieducazione dei detenuti» conclude.

Per il responsabile del dipartimento Giustizia di FdI, il deputato Andrea Delmastro, «le rivolte scoppiate nella pandemia sono state eterodirette dall’esterno con una evidente sincronia che ha portato allo svuota-carceri per mafiosi e post mafiosi messi agli arresti domiciliari. Le carceri andavano schermate ma la risposta è stata mettere sotto accusa gli agenti della Polizia Penitenziaria che hanno cercato di sedare le rivolte».

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«Il fatto che il ministro Cartabia abbia incontrato, subito dopo la sua nomina a ministro, il garante dei detenuti e non i rappresentanti della Polizia Penitenziaria, la dice lunga sull’approccio di questo governo sul tema delle carceri. Sul sovraffollamento FdI è per un piano di nuova edilizia penitenziaria e per rispedire a casa nel proprio paese di origine chi ha commesso reati in Italia, in modo da porre finalmente rimedio a questa situazione in cui gli agenti non si stentano più abbandonati dallo Stato».

Sul tema delle risorse si sofferma il responsabile del Dipartimento Forze dell’Ordine di FdI, on. Emanuele Prisco, per il quale «affinchè siano garantite le condizioni del detenuto, servono le risorse da stanziare su chi garantisce il rispetto delle regole e i luoghi sul quale si scontano le pene. E’ necessario garantire la serenità, il che significa: stipendi adeguati, sicurezza sul lavoro ed uno Stato che tuteli. La decisione di dar vita alle Rems non ha fatto altro che aggiungere carichi di lavoro enorme alla polizia penitenziaria, senza garantire un rapporto detenuto – operatore 1 a 1. La Camera ha votato per uno sblocco delle assunzioni dopo che la follia del decreto Madia che aveva falcidiato il numero del personale, un aumento però, ancora non pervenuto».

«Le carenze nelle carceri non sono solo fra gli agenti della Polizia Penitenziaria – ha sottolineato l’avv. Edoardo Burelli, responsabile Giustizia di FdI in Toscana – ma anche nel personale amministrativo e sanitario, soprattutto psicologi. E questo aumenta il senso di abbandono fra gli agenti cui bisogna porre rimedio«.

Per Daniela Caputo, dell’associazione funzionari della Polizia Penitenziaria, «è necessario creare un Dipartimento ad hoc dedicato alla Polizia penitenziaria per dare una risposta forte a livello formativo alle esigenze del corpo».

Secondo Giuseppe Moretti, presidente dell’Uspp, «servono risorse, umane e strutturali per il Corpo della Polizia penitenziaria. Il mondo carcerario è lasciato in uno stato di abbandono, lo dimostrano anche le rivolte che ci sono state e successivamente alle quali non c’è stata nessuna commissione di indagine parlamentare». Per Raffaele Pellegrino, segretario nazionale vicario del Sinappe, «di fatto in Italia non esiste una politica penitenziaria e le carceri sono solo dei contenitori in cui non si dovrebbe consentire la commistione dei detenuti con disagi psichiatrici con quelli ordinari e in cui gli agenti sono costretti a fare i front man quando invece ci dovrebbero essere altre figure professionali ad occuparsene».

Per Pasquale Salemme, segretario nazionale del Sappe, «la Polizia Penitenziaria è abbandonata dalle istituzioni e oggi il detenuto si sente più forte. Abbiamo bisogno che la politica ci restituisca dignità«. Per Francesco Lanza, responsabile area dirigenza dell’Uspp, «è necessario che a capo del Dap non venga messo un magistrato ma un dirigente dello stesso Dipartimento, a garanzia di competenza e di conoscenza del mondo penitenziario».

Nelle sue conclusioni il senatore Alberto Balboni, responsabile del Dipartimento Sicurezza, legalità e immigrazione di FdI, ha affermato che «tre sono le criticità del mondo carcerario: quello relativo alle risorse umane e strumentali, servono 7500 agenti in più senza contare il livello di età avanzato di molti poliziotti penitenziari che impone una immediata risposta quando invece questo governo destina l’80 per cento delle risorse stanziate per il comparto Giustizia all’ufficio del processo».

«La seconda criticità sono le risorse strutturali – sottolinea Balboni -, nel Pnrr sono previsti solo 8 nuovi padiglioni quando siamo di fronte ad un evidente sovraffollamento. La terza sono le regole, come si fa a mantenere la disciplina se chi la deve imporre ha perso ogni autorità? La politica a questo può dare risposte a costo zero. Quando c’è la volontà politica le risposte possono arrivare».

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