Rissa sulla manovra: i partiti chiedono un nuovo CdM, Draghi dice di no. Ma l’approdo in Parlamento slitta ancora

Diverse le richieste di modifica sui punti considerati più controversi e su cui da giorni i partiti stanno portando avanti la loro offensiva

Altro che fantasma, ormai la legge di bilancio 2022 sta diventando un vero e proprio giallo con tanto di suspense finale. A quasi due settimane dal suo via libera nel Consiglio dei ministri sono varie le voci che ci rincorrono intorno alla finanziaria, la prima firmata da Mario Draghi, al punto che a tarda mattinata qualcuno azzarda pure un ritorno in Consiglio dei ministri per un nuovo check.

In ballo le diverse richieste di modifica sui punti considerati più controversi e su cui da giorni i partiti stanno portando avanti la loro offensiva. Ma è nel tardo pomeriggio che arriva il colpo di scena, l’ennesimo, con cui ‘fonti di Palazzo Chigi’ smentiscono un nuovo CdM sulla manovra: «In merito ad alcune notizie riportate sulle agenzie di stampa, si fa presente che il disegno di legge di Bilancio è stato approvato formalmente dal Consiglio dei Ministri nella riunione di giovedì 28 ottobre. Per questo motivo non si rende necessario alcun nuovo passaggio o esame in Cdm».

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Piuttosto a tarda sera circola una nuova voce e cioè di una convocazione della cabina di regia per le ore 12 di oggi e poi della riunione del Consiglio dei ministri «su un decreto legge con le norme anti truffa sul Superbonus al 110%». L’ipotesi sarebbe quella di varare un provvedimento che da un lato confermi lo sconto in fattura e la cessione del credito ma, dall’altro, introduca controlli preventivi per evitare i casi di falsi crediti per frodare il fisco, denunciati dall’Agenzia delle entrate.

Un doppio colpo di scena in poche ore che oltre che smentire le voci di un ulteriore rinvio dell’approdo della manovra in Senato, c’era chi addirittura parlava di lunedì, chiarisce che lo sconto in fattura non sarà abolito da questo governo diversamente da quanto era filtrato in questi giorni.

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La manovra non è ancora pronta per il Parlamento

Insomma, si procede a fari spenti sulla manovra dove l’unica certezza che sembra emergere al momento è che ancora non è pronta per lo sbarco in Parlamento. E la conferma arriva proprio dalla giornata appena trascorsa dove riunioni su riunioni si susseguono con il tentativo di riaprire l’intera partita e rivedere lo stesso impianto della manovra.

Tutto inizia di buon mattino quando alle 11 il premier Mario Draghi si riunisce con i ministri Patuanelli, Orlando e Brunetta. Sul tavolo c’è la delicata questione del Reddito di cittadinanza e in particolare una modifica gradita al M5s ma non a tutto il centrodestra e cioè che il decalage scatterà dopo il rifiuto della prima offerta di lavoro e non in automatico, come si era ipotizzato. Immediata la protesta della Lega che lamenta di non essere stata invitata al tavolo. E così scatta la rappresaglia sulla riforma delle pensioni con il tentativo di forzare la mano su Quota 102, che viene però rintuzzato.

Alla fine a cambiare saranno i requisiti minimi per andare in pensione per le donne. Niente più innalzamento dei parametri di ‘opzione donna’ e ritorno all’opzione dei 58 anni (59 per le lavoratrici autonome) invece dei 60 (61 per le lavoratrici autonome) previsti prima nella legge di Bilancio.

Il braccio di ferro, stavolta ad opera del M5S, poi si estende al superbonus con la richiesta di riportare in vita il meccanismo dello sconto in fattura o cessione del credito per gli incentivi edilizi, e soprattutto di eliminare il tetto Isee di 25mila euro previsto per poter usufruire del superbonus al 110% per le villette unifamiliari.

Il colpo di scena sul Consiglio dei ministri

Una vera e propria escalation di richieste e pretese al punto che da più parti matura la convinzione che la manovra debba ritornare in Consiglio dei ministri. Non semplici ritocchi, ormai, ma veri e propri cambiamenti che imporrebbero un nuovo confronto. E proprio quando tutto sembra scivolare verso il Cdm il colpo di scena con l’intervento deciso di Draghi che conferma l’impianto della manovra e concede, al massimo, qualche spiraglio sul superbonus su cui comunque si pronuncerà la cabina di regia e un apposito CdM che già in giornata varerà un decreto contro le frodi.

A fine serata il bilancio è quindi di una manovra ancora tutta da scoprire e di un Mario Draghi sempre meno spedito nella sua azione di governo. Insomma, la sensazione è che la musica sia cambiata e che il pressing dei partiti sull’ex governatore della Bce si stia facendo giorno dopo giorno più pressante. Uno scenario che in molti avevano previsto e fibrillazioni che probabilmente lo stesso Draghi aveva messo in conto alla luce dell’avvicinarsi dell’elezione del presidente della Repubblica e di una possibile fine anticipata della Legislatura.

Tornando però alla manovra l’unica certezza che emerge al momento è che ancora nessuno sa quando arriverà in Senato. Tra oggi e domani, le voci più fiduciose e rassicuranti; lunedì prossimo i meno fiduciosi. Quello però che sembra emergere da tutta questa vicenda è che forse la spinta propulsiva, a cui qualcuno aveva creduto e dato credito, della presidenza di Mario Draghi si stia esaurendo.

Le liti sulla manovra, i problemi nella gestione della pandemia con il ritorno del refrain ‘un piano per salvare il Natale’, le riforme del PNRR che vanno avanti con il rallentatore e un dl Concorrenza che rinvia i nodi più delicati, sembrano essere tutti segnali che Mr Bce abbia perso il tocco magico. E soltanto un poderoso schieramento mediatico impedisce per ora di far vedere a tutti che a Palazzo Chigi il re, o meglio il presidente, è ormai nudo.

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