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Il Sud è una potenzialità per l’Italia, non un problema. Ci pensi il centrodestra e tornerà a vincere

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Il centrosinistra per vincere fida sull’astensionismo. Per batterlo bisogna riportare la gente a votare. Soprattutto al Sud e nelle periferie

Se il centrosinistra per vincere (o quasi) ha nell’astensionismo il suo Osimhen, il centrodestra per scavalcarlo, deve trasformare in «si voto» il «non voto» e farne il suo Koulibaly. Fra sei giorni sarà tempo di ballottagi ed è possibile annullare le distanze. Scherzi e calcio a parte, c’è un aspetto dell’ultimo week end elettorale che tutti hanno sottolineato, ma senza la necessaria determinazione per le conseguenze che potrebbe avere sulla qualità della nostra democrazia: l’affluenza che ha segnato il record negativo di tutti i tempi 54,69% e nelle grandi città meno del 50 contro il 61,59 delle amministrative 2016.

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Il che raffrontato con la seconda parte dell’art. 1 della Costituzione: «… La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (il voto, ndr)» produce una sorta di corto circuito costituzionale. Se non si vota, come si esercita la sovranità? Perché la nostra resti la Costituzione più bella del mondo, i principi in essa contenuti non devono essere auspici, ma realtà effettiva. Facile a dirsi, difficile a farsi.

Al centrosinistra le cose stanno bene così. Meno cittadini votano, più crescono le sue possibilità di vittoria. Non credo che qualcuno abbia dimenticato che, già nel 2014, l’ex premier Renzi – ma altri lo hanno ripetuto anche domenica – affermò che «l’astensionismo è un problema secondario». Verissimo. Per quanto inconsistente ed invisibile, il partito del «non voto» è il loro principale alleato. E senza pretendere poltrone e visibilità. Anche durante le «maratone elettorali» televisive di domenica, i rappresentanti di Tecnè e Swg, hanno più volte ribadito che nei municipi e nelle periferie dove il cds è più forte, la gente non è andata a votare.

Il «non voto» una questione marginale per il centrosinistra

Di più, nel 1993, la sinistra accettò l’elezione diretta del sindaco, ma subordinandola al ballottaggio, se nel primo turno, nessun candidato avesse raggiunto il 50%+1. È la loro ciambella di salvataggio. Pur sconfitti nel primo turno, si mettono insieme e poiché l’affluenza al secondo si riduce ai minimi termini, vincono. Con un 50%+1, però, che in numeri assoluti è ben al di sotto di un 30% al primo. È per questo che il centrosinistra ritiene il «non voto» una questione marginale.

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Di conseguenza, se davvero vuole risolverla e vincere – non solo nelle percentuali di voto (cresciuta – checchè ne dicano Letta, Di Maio e c., anche domenica) – pure in termini di conquista dei vertici istituzionali, il centrodestra deve riuscire a riportare i cittadini a votare. Tenendo conto che il voto è un diritto, non un dovere e non può essere imposto.

Da qui l’esigenza di ritrovare il territorio, determinante per le amministrative e valore aggiunto per le politiche; evitare gli errori commessi nell’ultimo week end elettorale; niente ritardi nella scelta dei candidati e ricorso a civici, che denotano scarsa fiducia nella propria classe dirigente; non cadere nella trappola di chi all’avvicinarsi del voto riscopre fascismo e antifascismo, per delegittamare la destra e non discutere dei problemi che realmente interessano la gente: lavoro, sanità, scuola, trasporti ecc..

Dare agli elettori – che non capiscono che senso ha votare, se poi a decidere sono tecnici (nel senso di non eletti) «che non devono chiedere mai» e fanno il bello e il cattivo tempo – un motivo vero per votare. Basta con l’immagine di una coalizione litigiosa, divisa fra maggioranza e opposizione, con i leader che continuano a beccarsi per contendersi la fascia da capitano.

Infine, ricordare che il Mezzogiorno non è un problema, ma una potenzialità senza la quale l’Italia non cresce. Basta strabismi che penalizzano l’Italia del tacco. Si trascinano dal 1861 e rischiano di ripetersi anche con le risorse Pnrr effettivamente destinate al Sud, inferiori – come più volte denunciato – a quel 40% promesso e già di per se insufficiente a recuperare i ritardi preesistenti che secondo l’Ue dovrebbero essere annullati. Il Sud non vuole assistenza, ma opportunità di crescita. Non servono triofalismi e annunci di ministri, viceministri, sottosegretari e stampa amica. Il Sud ha bisogno di fatti, non parole.

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