Giorgia Meloni non si tira indietro: ci sta mettendo la faccia ed il cuore, ma da sola non può bastare

La destra deve coltivare la linfa perché si torni alla politica pensando all’insieme, al ragionare per immaginare qualcosa di diverso da bizzarrie

Lei non si tira indietro: Giorgia Meloni ci sta mettendo la faccia ed il cuore, ma il centrodestra o la cosiddetta destra, che dir si voglia, non riesce a sfondare quel muro che si determina e descrive laddove senza una destra credibile e competente l’Italia, in tutte le sue declinazioni, non è capace di procedere sulla strada della incisività nel contesto in cui adesso si sta operando. Oggi la destra rischia di essere, nonostante il consenso che può ricevere, irrilevante.

Sul numero di ieri (28/09/2021) Claudio Cerasa in una polpetta avvelenata de ‘Il Foglio’ rappresenta con luciferina onestà quello che sta accadendo: «Si vince non solo andando al centro, ma anche mostrando trasversalità. E sarà certamente un caso, ma il Pd che si prepara a incassare qualche successo alle prossime amministrative è lo stesso che oggi al governo è alleato con la Lega. Rispetto, identità, moderazione, desiderio di parlare più alla nazione che alla fazione».

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Cerasa mette assieme taluni concetti che di per sé non evidenziano apertamente pregiudizi sulla natura della destra, ma contestano la portata attuale di questa destra. E quando conclude che gli elementi che connaturano questo scorcio della storia non è lo specchio di una classe dirigente scadente, ma è il bisogno con uomini autorevoli come Draghi di rappresentare la politica all’insegna di «Rispetto, identità, moderazione, desiderio di parlare più alla nazione che alla fazione».

Vi è questo bisogno che adesso diviene necessità senza alternative

Di fronte a questa necessità come si pone la destra o il centro-destra che dir si voglia? La destra oggi dopo essere stata «destra di governo» vive un ritardo culturale, dettato da un complesso psicologico e cioè quello che i suoi componenti più autorevoli siano stati, dalle proprie origini vissuti in un clima carico di pregiudizi, figli di un dio minore, vittime di un ostracismo, incapaci di interpretare coraggiosamente un contesto e declinarlo con quella strumentazione politica e militante, che ha reso la destra post-berlusconiana soggetto capace di incedere lungo il cammino della responsabilità, quella che si assume il carico pragmatico di risolvere i problemi, o tentare di risolverli accuratamente con tutto l’impegno e l’immaginazione possibili, ovvero di formare una classe dirigente in grado di dare risposte ed una visione alle tante criticità presenti sui territori.

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Se la destra invece continua a scegliere una classe dirigente occasionale allora corre il rischio di interpretare randagiamente questa quotidianità, senza linee guida e soprattutto deludendo tutti coloro che davano il proprio consenso e la fiducia perché quella comunità al proprio interno coltivasse competenze, coraggio nello scegliere e soprattutto rigore morale (non solo capace di distinguersi da quel mondo di ladri, come cantava Venditti) ma soprattutto lineare e coerente di esaltare i valori del bene comune e non degli egoismi e. delle ambizioni personali.

La destra vissuta anche nei meandri del governo era comunità che si arricchiva di esperienze comuni, che si abbeverava alla fonte archetipica di convinzione combattente che andava traducendosi in realtà che cambia giorno dopo giorno, che richiamava l’idea dell’affermazione identitaria, del rispetto per le nostre origine da continuare a vivere senza complessi e soprattutto interpreti autentici di una nazione italiana che deve tornare ad impadronirsi di una dignità, che rischia di disperdersi, laddove le risposte risolutive non arrivano e la domanda di capacità rimane insoddisfatta.

Di recente Sabino Cassese ha scritto un libriccino sugli intellettuali, che non sono da intendersi i letterati, ma coloro i quali a diverso titolo contribuiscono alla discussione pubblica. Ebbene su questo versante dovremmo, da destra, coltivare la linfa perché si torni alla politica pensando all’insieme, al ragionare per immaginare qualcosa di diverso e non specchio di rappresentazioni goliardiche ovvero di bizzarrie per attirare su di sé le attenzioni di chi, stanco, comincia ad essere indifferente a quello che accade intorno.

Ecco che la destra, se consapevolmente capace di colmare questo ritardo, deve intraprendere un cammino nuovo che non veda la politica come dimensione autoreferenziale ma interpreti il ruolo come chi vuole essere partecipe di qualcosa di più vasto e di più profondo ovvero di una rappresentazione di una nazione che ha bisogno di un’anima comunitaria.

E questo si può ottenere se il linguaggio degli intellettuali non sia timido o circoscritto, ma sia capace di appartenere ai molti e non alle oligarchie chiuse e divenga frutto di un linguaggio che non sia il risultato di menti prigioniere di complessi (di inferiorità o superiorità) o di ambizioni cieche, ma riflesso elaborato di una rigenerata dignità. Credo che la Sicilia con Musumeci possa fornire, alla destra o centrodestra che siano, questo scenario per essere luogo e laboratorio di idee e di partecipazione, che forse in questi anni non è apparso del tutto come tale.

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