I ritardi nei pagamenti della P.a. del Sud ingigantiscono i problemi del territorio

Strozzata com’è da debiti, tasse, accise e iva, l’Italia è diventata esosa ai limiti dell’usura e cattivo pagatore ai limiti dell’avarizia

Eppure nessuno sembra accorgersene. Né la stampa nazionale, impegnata: a celebrare il governo Draghi e il suo tentativo – che le vittime degli attentati di Kabul e le lacrime di Biden, rendono ancor più significativo – di ritagliarsi un ruolo nella questione afghana; né i leader della maggioranza, occupati a litigare fra loro e agitare bandierine: Ius soli, ddl Zan, quota 100, reddito di cittadinanza, eutanasia e giustizia e aprire la caccia al fascismo di ritorno, si sa mai, in tempi d’elezione, può sempre tornare utile; né l’ex gurù 5S Grillo che dopo quello di «cittadinanza» ora vuole quello «universale».

Ma, ormai, siamo un Paese esoso ai limiti dell’usura e cattivo pagatore ai limiti dell’avarizia. E non lo dico solo in vista dei 60 milioni di cartelle esattoriali in arrivo nelle nostre case.

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Ma alla luce del combinato disposto della: 1) scelta di Inps e Governo di rovesciare sulle buste paga dei lavoratori il costo (circa 700 euro a testa) delle quarantene anticontagio; 2) relazione della Corte dei Conti, per la cui il 23% delle partecipate pubbliche continua a produrre debiti (ben 555 milioni nel 2018) senza produrre, sul piano dei servizi, alcun miglioramento; 3) del rapporto di Confartigianato sulla situazione debitoria della P.A. nel 2020: il 60,2% dei comuni italiani non ha rispettato la scadenza di un mese per il pagamento delle fatture, mentre il 24,1% ne ha impiegato 2 e il 44% di quelli meridionali hanno superato i 60 giorni.

Il poco lusinghiero record del Sud Italia

E le prime quattro nella classifica fra regioni per comuni cattivi pagatori sono tutte meridionali: Calabria (67,1%), Sicilia (60,4%), Molise (52,9%) e Campania ma a parità (51,6%) del Lazio. Ed è la provincia di Reggio Calabria (con il 76% dei comuni lumaca) a guidare la classifica provinciale; poi Messina (75,9%), Ragusa (75%), Crotone (74,1%) e Vibo Valentia (68%). Il che, da un lato, ha fatto crescere il debito pubblico nel 2020 di altri 58 miliardi e di ben 4 rispetto al 2019 e dall’altro ha reso più complicata la vita delle piccole imprese, già vittime della pandemia (300mila hanno già chiuso) e acuisce i ritardi del Mezzogiorno.

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Se poi a tutto questo aggiungiamo, l’allarme di Confcommercio – secondo il quale bollette e fitti, già oggi, portano via oltre il 40% dei redditi degli italiani (i cui stipendi sono già decurtati del 50% rispetto a quanto ognuno di loro costa all’impresa) e che da ottobre luce e gas subiranno un ulteriore aumento del 10% e che i fitti, a loro volta, sono a rischio stangata per revisione catasto – la situazione si complica ancora di più.

E non finisce qui. La dimostrazione dell’assunto di partenza è conseguenza anche dal secolare (paghiamo ancora per la guerra d’Etiopia del 1935) scandalo fiscale nostrano: le cosiddette accise che tutti subiscono, ma di cui nessuno si rende conto, perché nessuno ce lo dice, su: fabbricazione e vendita di benzina, gasolio, gpl, bevande alcooliche e sigarette, che non si denunciano, ma si pagano al momento dell’acquisto. E non poco. Si pensi che i due terzi del prezzo del carburante non hanno alcunché da spartire con il prodotto, ma sono i costi di accise e Iva. Che non si elidono, ma si sommano e si pagano insieme.

L’Iva e l’imposta sull’imposta

A conti fatti, insomma, paghiamo dazio sulla busta paga, sul possesso di beni patrimoniali (case, televisore, auto, moto, ecc.), ma anche quando spendiamo per acquistare beni (carburanti, energia elettrica, gas, per altro, irrinunciabili ) gravati da accise (ben 17 che sommate insieme rappresentano un costo non indifferente) e diventano a loro volta fonte di calcolo dell’Iva: l’imposta sull’imposta.

E, non dimentichiamo i misteriosi «oneri di sistema» e «altre partite», dietro cui nessuno sa cosa si nasconde, che appesantiscono il costo dei servizi che paghiamo con le relative bollette. Di qui, meno soldi nelle buste paga e nelle tasche degli italiani e, per conseguenza, minore capacità di spesa delle famiglie, gelo dei consumi, dell’economia e freno dello sviluppo. Se non usciamo da quest’imbuto, nonostante i miliardi europei, non andremo da nessuna parte e finiremo per bloccare la ripresa. Per altro, più annunciata dagli interessati che percepita dai cittadini. Speriamo lo capisca almeno Draghi.

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