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Draghi e Cartabia vincono il primo round. Torna la prescrizione, ma nel M5S monta la rabbia

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Alla fine il Consiglio dei ministri ha dato il via libera agli emendamenti del ministro della Giustizia Cartabia alla riforma della giustizia, che in ambito penale rivede le norme del suo predecessore Bonafede in tema di prescrizione. Un risultato raggiunto non senza fatica ed al termine di un Consiglio dei ministri che all’inizio aveva registrato l’ipotesi dell’astensione degli stessi Cinquestelle, e quella di una sospensione del CdM stesso ventilata da Forza Italia.

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È dovuto intervenire lo stesso premier Draghi per risolvere i nodi, chiedendo lealtà alla maggioranza e appellandosi al senso di responsabilità dei singoli partiti su una riforma considerata strategica dall’Unione europea tanto da essere inserita all’interno del Recovery Plan. Appello alla fine raccolto da tutti in Consiglio dei ministri che, senza voto formale, hanno espresso il loro consenso alla bozza di emendamenti del ministro Cartabia.

Insomma, non siamo al ‘salvo intese’ di contiana memoria ma senza dubbio di strada la riforma ne dovrà fare ancora; con il timore dell’incidente dietro l’angolo. Perché, se da un lato la ministra Cartabia nel corso del CdM Illustrando gli emendamenti ha tenuto a precisare che «lo sforzo della riforma è stato dare un’immagine del processo penale, in cui tutti potessero riconoscersi», dall’altro questo processo di riconoscimento è ben lontano dall’essere stato ottenuto.

Un passo indietro rispetto alla riforma di Alfonso Bonafede

A masticare amaro è il M5S che da giorni aveva evidenziato allo stesso premier la sua contrarietà a una riforma che di fatto rappresenta un passo indietro rispetto a quella del ministro grillino Alfonso Bonafede. Punto centrale la prescrizione, bloccata dopo il primo grado di giudizio secondo la riforma grillina e che ora in sostanza ritorna.

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Infatti, secondo la bozza degli emendamenti presentata dalla Cartabia la durata massima della prescrizione per i processi d’appello sarà di due anni e di un anno per quelli di Cassazione. È prevista la possibilità di una ulteriore proroga di un anno in appello e di sei mesi in Cassazione per processi complessi relativi a reati gravi (per esempio associazione a delinquere semplice, di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, violenza sessuale, corruzione, concussione). Decorsi tali termini, interviene l’improcedibilità.

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Un punto di mediazione che all’ala più ortodossa dei Cinquestelle non è piaciuta, come confermano le parole del vicepresidente al Parlamento europeo, Fabio Massimo Castaldo, per il quale è stata «sfasciata la riforma Bonafede sulla prescrizione». Da qui la considerazione che «se c’è la volontà di smantellare le nostre riforme pezzo per pezzo, penso proprio che non dobbiamo essere disposti a tollerarlo. Responsabilità verso il Paese sì, e ne abbiamo dimostrata finora molta. Essere raggirati e umiliati, no».

Parole che danno fiato a un malcontento molto ampio nel Movimento e che vede il suo punto di unione in Giuseppe Conte. L’ex premier, infatti, in queste ore sarebbe stato molto attivo nello spendersi per difendere la riforma Bonafede, tanto che la mediazione raggiunta in Consiglio dei ministri non sarebbe stata salutata con favore.

Renzi: «oggi Cartabia ‘sbianchetta’ Bonafede»

Da qui i timori che in Parlamento possa esserci qualche sorpresa, anche alla luce della situazione di confusione e sbandamento del Movimento stesso. E di certo non aiutano i commenti soddisfatti di Matteo Renzi che dice che «sulla giustizia, la norma sulla prescrizione viene cambiata, oggi Cartabia ‘sbianchetta’ Bonafede». Dichiarazioni che rischiano di essere come il sale sulle ferite di un Movimento in cerca di un punto di equilibrio.

Tornando ai Cinquestelle i malumori sono aumentati anche alla luce della disponibilità alla mediazione degli stessi ministri grillini. Disponibilità considerata non soltanto eccessiva ma soprattutto la classica volontà di ‘salvare la poltrona’. Ecco perché Draghi nel corso dello stesso Consiglio dei ministri si sarebbe già spinto a quando il provvedimento sarà in Parlamento, appellandosi al senso di «lealtà» dei partiti.

Quello che è possibile è che questo tema possa diventare il terreno di confronto per Conte e coloro che vogliono affidargli la leadership del Movimento, e che intorno alla difesa della riforma Bonafede possa celebrarsi il primo vero scontro all’interno della maggioranza. Il tutto chiaramente giocato sulla pelle degli italiani che rischierebbero di vedere in pericolo l’accesso ai fondi del Recovery, senza contare che un processo senza fine rappresenta una paese violazione dei diritti costituzionali.

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