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L’intervista | L’outsider Giammarino: «Napoli ha bisogno di proposte serie, non di ideologie»

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Napoletano, editore, una lunga storia da meridionalista, tra i proponenti del referendum per l’istituzione della macroregione del Sud. Gino Giammarino ha deciso di scendere in campo e candidarsi a primo cittadino di Napoli, una sfida difficile visto il calibro degli avversari ma che non reputa impossibile. IlSud24 lo ha incontrato e ne è nata una piacevole conversazione.

Giammarino, lei è un editore del Sud: quali sono le difficoltà che si incontrano in una città come Napoli nel fare imprenditoria e quali soluzioni propone?

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«Questa domanda ha tre direttrici, le prime due, riguardo il fare l’editore e dunque impresa nella cultura, sono due difficilissimi banchi di prova che si complicano a vicenda. Le imprese sono soffocate dalle difficoltà create da uno Stato invadente e dai bizantinismi di una burocrazia insopportabile, aggravata dagli orpelli introdotti dai Savoia per darsi il tono da nazione europea che non avevano, successivamente inasprita dai loro discendenti».

«Al punto che oggi fare impresa è un hobby per benestanti o una possibilità per chi è ben introdotto in politica: morale della favola, viviamo in una finta economia, servoassistita dallo Stato e dalle Istituzioni, che genera imprese più serve che assistite. Napoli ha bisogno solo della possibilità di scatenare le doti della sua gente nel creare: un passo indietro delle Istituzioni dopo questa fase di necessario intervento, che però dev’essere straordinario e non il vernissage per ripresentare un sistema economico fallito».

Giammarino, cosa l’ha spinta a candidarsi per Napoli?

«Semplice: l’assenza di proposte credibili messe in campo dai vari schieramenti politici, tutte mosse in sudditanza dalla politica nazionale, in aggiunta alla mia insofferenza storica per il centralismo ed il dirigismo del Parlamento italiano. Napoli, che è stata una grande capitale europea, ha bisogno di una proposta locale sartoriale, cucitale addosso su misura, non di ideologie da ingoiare come olio di ricino da Roma».

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«Ma soprattutto mi ha spinto a scendere in campo l’inconcludenza di un meridionalismo che non riesce mai a mettersi insieme su punti comuni: mai come oggi si respira un clima di interesse da parte delle persone sui temi delle identità e delle tradizioni, in netta contrapposizione con la stanchezza, anzi, il fastidio generato da una politica fatta di chiacchiere inconsistenti. Abbiamo un’occasione unica per costruire una rappresentanza per le istanze dei popoli meridionali: la mia proposta rappresenta una candidatura di servizio per la causa meridionale».

Qual è la Sua opinione sull’amministrazione decennale del sindaco De Magistris?

«Ho scelto di fare una campagna elettorale che non trascenda nel fango e nella litigiosità che, oltre a non essere produttive, non interessano neanche ai napoletani. Dunque, pur non entrando nel merito della domanda, va detto che un semplice giro per la città testimonia dello stato di abbandono e degrado raggiunti dagli ultimi anni di amministrazione. Amministrazione che – paradossalmente – si vanta di conoscere la macchina amministrativa del Comune. E meno male!».

Qual è la sua ricetta per risanare le casse del Comune di Napoli?

«Innanzitutto, la separazione del problema economico da quello finanziario. Il deficit è un problema economico che ha creato la politica e dev’essere necessariamente risolto dalla politica, anche attraverso una filosofia di investimento (e non “di spesa” che significa «dissipare») per i fondi del ‘Recovery’».

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«Per finanziare la ripresa, solo per fare un esempio, il Comune potrebbe emettere dei titoli con un interesse annuo tra il 2 ed il 2,5%, mettendo a garanzia le sue innumerevoli proprietà immobiliari. Titoli che potrebbero essere anche scambiati come valore economico o utilizzati per acquistare qualcuno degli stessi immobili. A prezzi di mercato e non di favore, naturalmente. Pensi che ci sono poco meno di 1800 miliardi di euro (1714 euro al 2020) fermi sui conti correnti, una liquidità immobilizzata dalla paura ingenerata da istituzioni le quali, anziché offrire opportunità di investimento, parlano di patrimoniali per colpire i propri cittadini!»

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Lei ha inaugurato il ‘Dimmi tutto tour’ per confrontarsi con le esigenze e le problematiche che affrontano quotidianamente i cittadini napoletani. Quali sono le richieste maggiori?

«Sembrerà un paradosso, ma le richieste maggiori vengono per la gestione dell’ordinario, piccole cose che però fanno la qualità della vita, nel centro storico come nelle periferie. Maggior controllo dei territori, ma anche cura per i dettagli, amore per le pietre di una città millenaria che sembra aver smarrito la propria identità».

… quali saranno le prossime tappe?

«La più imminente è quella di Villa Domi il prossimo 20 luglio, dove faremo il punto con gli elettori ed i candidati del Vomero, Chiaia e Posillipo, confrontandoci sui punti del programma per chiuderlo con le maggiori convergenze possibili».

Nel Suo programma che nei prossimi giorni divulgherà, quali saranno le tematiche principali che affronterà?

«Innanzitutto, il ritorno dell’ordinarietà che attualmente è diventata un fatto “straordinario”. Siamo arrivati al punto che quando si fa una riparazione qualche assessore si fa fotografare come se fosse ad una inaugurazione…

«Altro punto centrale sarà quello della filosofia di investimento per il Recovery e per la città: indicazioni chiare sulla Napoli che vogliamo per i prossimi anni, per il turismo e per la qualità della vita, ma anche per il sociale e la gestione degli eventi. Nodo strategico sarà capovolgere la visione di Napoli come città di cultura: l’attuale narrazione è piatta e retorica: una passerella verbale improduttiva. La cultura deve diventare invece un motore vero di sviluppo attraverso un modello che ne faccia un vissuto del quotidiano e non un cartellone di eventi episodici e slegati tra loro».

«Poi c’è da parlare dell’energia. Non tutti sanno che il Sud è il primo fornitore europeo di energia green ed il secondo per energia petrolifera: perché allora paghiamo la bolletta come a Milano? Negli emirati benzina e gasolio che essi producono vengono pagate a prezzi irrisori, noi non solo paghiamo come semplici clienti, ma addirittura ci caricano in bolletta anche il canone della televisione pubblica. Mi fermo qui per carità di Patria!».

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