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La Ue approva il Pnrr italiano. Draghi chiede di fare presto ma su prescrizione e codice degli appalti la maggioranza è già spaccata

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Arrivano i primi 25 miliardi ma ancora non si sa per cosa serviranno e dove saranno destinati

Il Recovery Plan italiano è ufficialmente approvato. Con la visita della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ieri a Cinecittà arriva il sugello definitivo al nostro PNRR. A quasi un anno dai primi incontri, ma in alcuni casi sarebbe meglio parlare di scontri, l’Italia può dire di aver compiuto un passo importante.

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Fu Giuseppe Conte ad avviare il percorso ma è toccato a Mario Draghi condurlo in porto, e sarà sempre difficile capire chi dei due abbia inciso di più. Ieri l’ex premier, avvocato del popolo, su facebook ha tenuto a precisare che è «il piano di tutti», e che «non è il Piano del governo di turno. Non era allora del governo Conte, non lo è oggi del governo Draghi».

In effetti il vero problema non è tanto stabilirne la paternità ma piuttosto cosa ci sia davvero scritto. Infatti, chi ha buona memoria ricorda che nei giorni convulsi del cambio di governo e poi dell’avvento del nuovo Esecutivo, tutto venne fatto di corsa. Dapprima il Parlamento approvò un PNRR che altro non era che quello di Conte già da tempo incardinato. E soltanto dopo per un velocissimo esame, giusto qualche ora, arrivò il testo messo a punto dal governo Draghi. Quello che poi sarebbe stato consegnato in Europa e che ieri è stato definitivamente approvato.

Intanto, bisogna rilevare che qualcosa dal testo finale è stato espunto dai solerti tecnici europei. Riguarda alcune sezioni del progetto Transizione 4.0, finanziato nel piano italiano con 13,38 miliardi all’interno della ‘missione’ per la Digitalizzazione, innovazione e competitività. Inoltre, sono stati richiesti chiarimenti su alcuni progetti di mobilità volti al «rinnovo delle flotte passate, dei treni e così via» per le quali «non era sempre evidente dalla descrizione iniziale se si stava davvero parlando di veicoli a basse emissioni».

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Comunque sia prima dell’estate arriveranno i primi soldi. Si parla di 25 miliardi di euro, una cifra non mostruosa se si pensa che gli ultimi scostamenti di bilancio sono stati più generosi. Però sempre meglio che niente. Il problema adesso sarà la finalizzazione come ha chiarito lo stesso Raffaele Fitto, copresidente del gruppo ECR-FdI al Parlamento europeo, per il quale l’approvazione del PNRR «è una bella notizia» ma non lasciamoci prendere dai facili entusiasmi, perché «la sfida sarà mettere in campo progetti rapidi e risorse su investimenti in grado di garantire una ripresa e una crescita economica, produttiva e sociale».

Draghi: «Entro giugno il disegno di legge per la riforma degli appalti e le concessioni»

Ecco perché adesso l’attenzione si sposta sul Parlamento e in particolare su quelle riforme che dovranno essere approvate. Un’accelerazione che ieri Mario Draghi ha con chiarezza annunciato: «Entro il mese di giugno presenteremo un disegno di legge delega per la riforma degli appalti e le concessioni. A luglio ci sarà la riforma della concorrenza, la riforma della giustizia arriverà a giorni nel Consiglio dei ministri. L’idea è di procedere alla massima velocità».

Velocità che però non spesso si addice al Parlamento italiano il quale ha dimostrato in più occasioni che sui grandi temi ha bisogno di tempo per far decantare le tensioni e, soprattutto, per trovare intese. Una prova? La riforma degli appalti su cui la maggioranza ha già dimostrato di essere divisa. Da un lato il M5S e dall’altro la Lega e in mezzo la bandiera della corruzione, della lotta ai condoni che proprio dalle parti dei Cinquestelle non possono assolutamente ammainare.

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Riforma della prescrizione, muro contro muro con il M5S

E per non parlare della riforma della prescrizione. Anche qui il muro contro muro con il M5S è fortissimo. La difesa del testo dell’ex ministro Bonafede è totale, anche se c’è una disponibilità, tutta da verificare, di dialogo con l’attuale Guardasigilli Cartabia. Bastano già soltanto questi due temi a dare chiara la sensazione delle difficoltà in cui dovrà muoversi Draghi e il suo Esecutivo.

E tutto questo in un momento delicato quale la campagna elettorale per le amministrative, che naturalmente porterà ad amplificare i toni ed aumentare le distanze tra i partiti. Insomma, non saranno facili le settimane che ci separano dalla pausa estiva dei lavori parlamentari.

Draghi però ha dimostrato di avere grandi doti di diplomazia e di convincimento. Basterebbe vedere come sta gestendo la vicenda delle vaccinazioni e del lento ritorno alla normalità.

Vaticando, ddl Zan e violazione del concordato

E come se non bastasse a rendere ancora più incandescente il clima l’intervento del Vaticano sul ddl Zan, quello che punta all’introduzione del reato di omotransfobia. Una nota mandata al governo italiano dal ministro degli Esteri della Santa Sede ha lamentato la violazione del concordato tra Stato e Chiesa sulla base di quanto previsto dal ddl Zan. Sotto accusa la violazione della libertà di pensiero delle scuole private cattoliche che, una volta approvata la legge, sarebbero costrette a celebrare la giornata dell’omotransfobia.

Il timore è quello di non poter decidere liberamente il proprio piano educativo, ed essere di conseguenza costretti ad inserire i riferimenti alla teoria gender. Un’iniziativa senza precedenti, quella del Vaticano, che riporta le lancette dell’orologio dei rapporti tra Stato e Chiesa molto indietro fin quasi alla breccia di Porta Pia visto che a memoria non si ricordano precedenti simili di scontro.

Chiaramente spaccate e divise le forze politiche, con il centrosinistra che accusa il Vaticano di aver travalicato le proprie competenze ricordando che l’Italia è uno Stato laico; e dall’altro il centrodestra che torna a puntare il dito contro un provvedimento «liberticida» e che ha bisogno di modifiche.

Draghi in Parlamento in vista del Consiglio europeo

Oggi il premier Draghi sarà in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 24 e 25 giugno e già ha annunciato che dirà la sua. C’è grande attesa, anche perché l’iniziativa del Vaticano impone al governo italiano di prendere una posizione. Il rischio, quindi, è che si alimentino nuove tensioni in un contesto già fortemente ‘eccitato’. Unica nota positiva l’ordinanza del ministro Speranza che ha stabilito da lunedì 28 giugno la fine dell’obbligo delle mascherine all’aperto in zona bianca. Della serie: c’è qualcosa, almeno, di cui consolarsi.

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